C’è una nuova generazione di autrici che sta emergendo con tutta evidenza nel cinema contemporaneo. Hanno tra i venti e i trent’anni, provengono dall’America del Nord (Canada, Stati Uniti) e dall’Australia, sono praticamente sconosciute in Europa. Si chiamano Jane Schoenbrun, Vera Drew, Dionne Copland, Alice Maio Mackay, Avalon Fast, Louise Weard – tra le altre. Sono registe trans o non binary, arrivano quasi tutte dal cinema di genere, hanno un immaginario fortemente influenzato da internet. Lavorano sull’horror, sul teen drama, rielaborati in chiave queer. E sono presenti le une nei lavori degli altri, dirigono e recitano, producono e montano, creando una vera e propria comunità che si nutre a vicenda di film in film.

Louise Weard, trentadue anni, è forse il motore consapevole di questo gruppo, e probabilmente la più cinefila tra loro. Il suo progetto cinematografico, nel quale sono tutte in qualche modo coinvolte, è costituito oggi essenzialmente da un film fiume (che al momento dura poco più di dodici ore, diviso in tre parti autonome) che verrà mostrato in anteprima nazionale al Sicilia Queer 2026 di Palermo per la prima retrospettiva europea dedicata al suo lavoro. Si intitola Castration Movie Anthology ed è una sorta di epopea trans che deve molto alla letteratura di James Joyce e al cinema di Jacques Rivette, ma anche all’horror estremo di Fred Vogel e a Dante Alighieri, a Béla Tarr e a Lav Diaz. Il risultato è quello di un’opera abbastanza unica e sbalorditiva: un melodramma politicamente scorretto, comico e sentimentale, eccessivo, strabordante. Pieno di vita, pieno di cinema.