Gli Stati uniti stanno affrontando questa settimana due dossier internazionali paralleli, nei quali si intersecano i rapporti con la Cina: la vendita di armi a Taiwan e la crescente pressione su Cuba.
Washington ha sospeso la vendita di armi a Taiwan da 14 miliardi di dollari. Il segretario della Marina facente funzione americano, Hung Cao, ha dichiarato giovedì alla sottocommissione difesa del Senato che la pausa serve a garantire scorte di munizioni sufficienti per la guerra con l’Iran, contraddicendo il segretario alla Difesa Hegseth che tre giorni prima aveva detto alla stessa commissione che la disponibilità di munizioni non era un problema. La decisione finale spetterà a Hegseth e al segretario di Stato Marco Rubio. Il governo taiwanese ha dichiarato di non essere stato informato di alcuna modifica: «Al momento non ci sono informazioni riguardo ad aggiustamenti che gli Usa intendano fare», ha detto la portavoce presidenziale taiwanese Karen Kuo.
La sospensione si inserisce in un quadro più ampio di ambiguità americana su Taiwan, emerso durante il vertice di Pechino della settimana scorsa. Alla domanda se gli Stati uniti difenderebbero Taiwan in caso di attacco, Trump aveva risposto: «Non voglio dirlo. Non lo dirò». Aveva anche definito la vendita di armi «un ottimo chip negoziale» con Pechino. Il giorno successivo aveva annunciato l’intenzione di chiamare il presidente taiwanese, Lai Ching-te, una mossa che rappresenterebbe una rottura con la prassi diplomatica in vigore dal 1979, quando Washington ha stabilito relazioni ufficiali con Pechino interrompendo quelle con Taipei.














