Ambrogio
Mario Alberto Marchi
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Venticinquemila visitatori a Rho Fiera per la settima edizione di AI Week, due giornate al Circolo Filologico Milanese per lo Young Innovators Business Forum, una raffica di tavole rotonde universitarie e seminari pubblici nelle ultime settimane. Milano ha consolidato la propria fisionomia di hub italiano dell’intelligenza artificiale, ma il bilancio quantitativo lascia aperta una domanda di sostanza: cresce con altrettanto vigore la riflessione culturale che dovrebbe accompagnare il fenomeno?
Il dato dell’Osservatorio Digitals Open Innovation, presentato due settimane fa al Circolo Filologico, fotografa una popolazione giovane già immersa: il sessantanove virgola otto per cento degli under 35 italiani usa un’intelligenza artificiale almeno una volta a settimana. Sul versante industriale, l’Osservatorio AI del Politecnico di Milano ha certificato per il 2024 un volume d’affari nazionale di un miliardo e duecento milioni di euro, in crescita del cinquantotto per cento. L’adozione è compiuta. L’attenzione si sposta sulla comprensione critica. La tradizione milanese è solida. Dalla Milano di Cattaneo al Politecnico ottocentesco, dalla stagione olivettiana alla grande industria editoriale del Novecento, l’innovazione tecnica ha sempre viaggiato con un linguaggio culturale che ne ha consentito la legittimazione sociale. Scuole, riviste, biblioteche aziendali, fondazioni: una rete di mediazione che ha trasformato le invenzioni in cultura condivisa.








