Una tifosa napoletana gli fa dono di un cornetto rosso, con tanto di rito propiziatorio previsto dalla scaramanzia. Marzio Perelli accetta di buon grado. Siamo a Cagliari, per la prima tappa delle regate preliminari della 38a America's Cup. Lui è il Ceo - italiano - da appena sette settimane dell'America's Cup Partnership, la nuova governance del trofeo che vede seduti a un board tutti i team - sette incluso il detentore della Coppa, che ha lo stesso peso degli altri -. Una rivoluzione, a 175 anni dalla regata dell'isola di Wight da cui è nato tutto e a un anno dall'evento - Louis Vuitton Cup e America's Cup - di Napoli. Perelli, che incontriamo insieme ad altri media, ha il compito di far guadagnare la Coppa. Risorse e, di conseguenza, audience. Perelli, le va di presentarsi? "Ho un background che è principalmente di finanza, mondo in cui ho trascorso più di 25 anni. Ho iniziato in Goldman Sachs a Londra, poi sono stato a New York e poi ho aperto l'ufficio a Roma. Quindi, ho passato 14 anni in HSBC in Italia. Insomma, ho accumulato esperienza nella forse più grande banca d'affari e poi nella più grande banca commerciale. A seguire, ho speso quasi otto anni della mia vita in Sky Sport, dove avevamo sicuramente il portafoglio di diritti sportivi più grande di qualsiasi broadcaster in Europa: dopo aver perso la serie A di calcio, abbiamo allargato lo spettro degli sport. E di questo penso che il mondo dello sport ci sia abbastanza riconoscente perché abbiamo dato dignità e aggiunto valore a tante, tante discipline, tra cui la vela". Come si approccia all'America's Cup? "L'asset principale che ha l'America's Cup è la storia. Le radici, la cultura che ne fanno una competizione veramente unica. Il nostro lavoro, il mio lavoro principale credo sia quello di garantire la continuità di questa favola che è unica al mondo, ma di fare sì che questa possa vivere e competere in un mondo che è cambiato sia da un punto di vista sportivo sia da un punto di vista mediatico, perché è in continua evoluzione. E quindi questa partnership viene secondo me nel momento giusto perché c'era forse il rischio che questo asset non venisse valorizzato come può essere valorizzato". La finanza ha scoperto lo sport? "Qualche settimana fa sono stato invitato al Salone del Risparmio a Milano da JP Morgan e c'era una conferenza sul tema sport e industria. Questo un po' di anni fa non sarebbe mai successo perché lo sport non entrava all'interno di un programma puramente finanziario. Oggi invece lo sport è un asset class a sé stante, dove hai analisti, previsioni, investimenti di tutti i tipi, anche perché lo sport è diventato talmente importante che da solo non ce la fa più e quindi hai bisogno della finanza che lo aiuti, perché tutti gli elementi che sono dentro lo sport sono cresciuti, gli atleti, le venues, gli sponsor. L'esempio tipico è il calcio: prima c'era un padrone ricco che riusciva a far girare tutto quanto, oggi in Serie A, ma soprattutto nella Premier League, ci sono fondi che entrano dentro perché un'unica persona non ce la fa più. Dopodiché pensare che lo sport sia un veicolo di promozione dove giustamente devono entrare nuove finanze è abbastanza banale e già scritto perché è una delle prime, forse l'unica cosa che a qualsiasi latitudine genera interesse e passione. Lo sport, per questo, vale un investimento". Gli sponsor, i marchi, possono prevalere sulla comunicazione dell'evento sportivo? "Io non mi preoccuperei tanto di questo. A mio avviso l'unico problema che l'arrivo della finanza può creare è l'exit e il timing, perché spesso potrebbero non coincidere. Nell'entrata di un fondo o di un private equity o di un family office, magari ha un exit strategy che è diversa dal ciclo che ha il prodotto sportivo. Anche perché i risultati sportivi non sono prevedibili o sono più difficilmente prevedibili che un altro business. Quindi secondo me l'unico vero potenziale problema è quello". Come pensa di far guadagnare l'America's Cup? "Noi abbiamo tre fonti principali di revenues. Sono quelle dell'host, cioè del paese ospitante4. Poi abbiamo quella dei diritti televisivi e infine gli sponsor. Sono queste le tre aree principali dove noi dobbiamo lavorare. Se facciamo un buon lavoro e crescono tutte e tre…". Qual è il rapporto tra team e America's Cup Partnership? "Questa America's Cup è davvero una coppa di transizione. È iniziata con un detentore del trofeo che organizzava tutto e che ha concordato i termini e le condizioni con l'Italia per la sede di Napoli. Sono stati loro a deciderlo. Poi il 25 dicembre è stata creata la partnership. Ora, il 26 giugno, arriveranno due altre squadre, l'Australia e gli Stati Uniti. Stiamo studiando quale sarà il modello finanziario da qui in avanti. Ma una cosa è chiara, ovvero tutti avranno pari diritti e pari obblighi. Ciò significa che anche dal punto di vista finanziario o dal punto di vista delle quote, tutti avranno la stessa quota". Come considerava l'America's Cup e come la vede oggi, dopo sette settimane di attività professionale, considerando anche la splendida cerimonia di inaugurazione che abbiamo visto a Cagliari, il livello altissimo dei velisti e i sette team che combatteranno per Napoli il prossimo anno? "Anch'io sono rimasto molto positivamente sorpreso dalla cerimonia di apertura ieri. Credo che sia stata una cerimonia di altissimo livello, di alta qualità e con una partecipazione incredibile di autorità e di ministri. Questo ci dà l'idea di quanto possa essere importante per l'Italia questa manifestazione. Ma in generale lo sport è un veicolo di promozione incredibile. Dobbiamo andare indietro nel tempo, a "Rumble in the Jungle" - la sfida George Foreman vs. Muhammad Al era, per capire. Aveva messo Kinshasa sotto gli occhi di tutti". Come vedeva la Coppa, invece? "La vedevo come una competizione molto tecnologica, ma con poca continuità. Cioè, non si sapeva quando e dove, sarebbe avvenuta la prossima edizione. Penso che uno dei punti più importanti della partnership sia quello di dare un calendario ben preciso, di fissare dei momenti in cui ci sono le competizioni e quindi di rendere il tutto più interessante per i media, per gli sponsor, per gli investitori". E per lei? Per la sua vita professionale? "E' una grande sfida. Quando cercavo lavoro a Londra nel '92, '93 settore finanziario, dopo la scuola, avevo inviato lettere a tutti i giornali italiani, ai giornali sportivi. Mi aveva contattato il Corriere dello Sport, che aveva un corrispondente nel Regno Unito, Brian Glanville, un giornalista molto famoso del Daily Telegraph. Ma probabilmente non era molto costante nel fornire informazioni e articoli al giornale. Così hanno detto: “Proviamo con un ragazzo giovane”. Così sono diventato il corrispondente sportivo della testata. Mio padre non lo sapeva, quindi ho chiesto al Corriere dello Sport di inventare un soprannome, e sono stato Perry March per un paio d’anni. Poi ho iniziato a lavorare seriamente alla Goldman, e quindi ho dovuto smettere. Ma è stato fantastico perché a vent'anni, a ventidue anni, ero in tribuna stampa a Twickenham, a Wembley, a Wimbledon. Ecco perché penso che questa sfida sia fantastica per me, perché quella era la mia vecchia passione, da dove ho iniziato prima di entrare nel mondo della finanza. E poi, probabilmente finirò la mia carriera nello sport, in uno dei più grandi eventi sportivi del mondo". I team che hanno sottoscritto l'accordo dell'America's Cup Partnership possono entrare e uscire? "Hanno un obbligo di restare nelle competizioni per due cicli, due edizioni". Come si puà migliorare intanto la Coppa? "Be', intanto vediamo questi giorni di regata perché sono due anni che non andiamo in mare. Capiamo quello che possiamo imparare da questa situazione e poi ci siederemo a tavolino e vedremo cosa potremo migliorare. Le prossime regate preliminari sono tra poco, a settembre (a Napoli)". Un dubbio legato alla storia e alle regole dell'America's Cup: il Defender, vale a dire il vincitore dell'edizione 2027, deciderà come è sempre stato la sede dell'edizione 2029? "Posso rispondere con una visione d'insieme. Non voglio entrare troppo nei dettagli, anche perché, insomma, ho partecipato solo a una riunione del consiglio di amministrazione dell’America’s Cup Partnership; la prossima sarà probabilmente il mese prossimo e ci sono ancora alcune questioni da affrontare e definire. Parliamo di una start-up, anche se è la competizione più antica del mondo. Tutte le squadre avranno gli stessi diritti e gli stessi obblighi, come ho detto prima, ma non voglio entrare in questa fase in troppi dettagli. Posso dire che sarà qualcosa di fatto molto bene, ma stiamo ancora studiando". State pensando ad altri eventi tra un'edizione e l'altra della Coppa? "Secondo me, visto, vista l'importanza, la tecnologia e quello che c'è dietro e che cosa bisogna fare per preparare un evento, non può essere una competizione che diventa regolare ogni mese. I campionati del mondo di calcio ci sono ogni quattro anni, non sono ogni due minuti. Per cui dobbiamo bilanciare queste due cose. Stiamo studiando, c'è una commissione che è stata creata all'interno dei team per elaborare un calendario che possa essere diverso da quello che era prima, anche perché, come ho detto, una delle cose principali di questa partnership è, è il fatto che ogni due anni la Coppa viene rimessa in palio". Ci sarà una terza tappa di regate preliminari? "Al momento no. Adesso dateci un attimo di tempo per vedere quello che succede dopo. Siamo già alla tappa di settembre, per la quale abbiamo trovato la quadra in queste ultime ore. Non è una decisione che spetta a me. Io porto i team, il campo lo mette qualcun altro. Quindi bisogna vedere se il campo c'è, se è pronto. Se qualcuno ci dirà: "Mi va di ospitare la tappa", noi decideremo se andare o no. Siamo aperti a valutarlo".
Da corrispondente di giornali a Ceo: “Ecco come farò guadagnare l’America’s Cup”
Primo giro d’orizzonte sulla Coppa con Marzio Perelli, il manager alla guida della nuova governance della Coppa. “Lo sport oggi ha bisogno della finanza, da so…














