Pensa un po’, la signora in rosa è australiana. Mica scontato, considerando il (mio) pregiudizio sul popolo australe, un sottoprodotto isolazionista dei peggior tratti anglosassoni (irruenza, una certa arroganza, trascuratezza, macrocosmo culturale d’accatto). La signora rosa in questione è la “Pink Lady”, la qualità di mela che favorisco nel multiforme universo dei pomi (eccezion fatta per la nipponica Sekai Ichi, la mela gigante del lusso, assai dispendiosa e parecchio difficile a reperirsi dalle nostre parti).
La Pink Lady è un ibrido, dunque natura in pienezza: per come la vedo io, anche la plastica è natura. Tutto il creato e il creabile è natura, ibridi compresi. La qualità di mela in questione nasce dal lavorio genetico di John Cripps, ricercatore che incrociò due differenti varietà del frutto: Golden Delucious e Lady Williams. Ne nacque la Cripps Pink, poi commercializzata col nome di Pink Lady. Buccia scintillante, sfumature rosa e rosso cremisi, virtuose venature gialle e aranciate. Una mela che fa dell’eleganza la sua cifra stilistica. Ad elevarla, però, è la polpa: croccante e succosa, morsi che sprigionano dolcezza e acidità, freschezza, vivacità. La Pink Lady ha una tempra tutta sua: a differenza di altre mele che tendono a ossidarsi rapidamente, dopo il taglio mantiene il chiarore della polpa ben più a lungo. Altro tratto decisivo è la nota mielosa, floreale, del profumo.









