La ministra per la Sicurezza Economica e la Strategia del Cool Japan, Onoda Kimi è la più giovane del gabinetto nipponico. Ed è lei (nata negli Stati Uniti nel 1982 da padre statunitense, cresciuta in Giappone con la mamma giapponese) a occuparsi della sicurezza economica, di tecnologia, e a dettare le linee guida per le politiche tese alla pacifica coesistenza con gli stranieri, seguendo fedelmente le direttive della premier Takaichi Sanae. Il risultato sono le posizioni più conservatrici degli ultimi decenni nei confronti degli stranieri. Mercoledì Onoda ha interrotto la domanda di una giornalista freelance a proposito dei “diritti di residenza permanente” per gli stranieri con tale visto in Giappone, dicendo: “Stia attenta alle parole che usa. Il Giappone non prevede diritti di residenza permanente. Si tratta di un permesso concesso dopo aver soddisfatto i requisiti. Non è un diritto, definirlo tale porta a fraintendimenti.”
Onoda ha giustamente fatto osservare che il visto di residenza permanente non rappresenta un diritto assoluto, tuttavia quello che sta accadendo è una improvvisa repressione su larga scala con norme proibitive. Le più severe redatte dal Ministero della Giustizia per ottenere ad esempio il visto da dirigenti d’azienda, richiedono un capitale minimo di 30 milioni di yen (circa 163.000 euro), un dipendente a tempo pieno e un punteggio di almeno N2 (livello avanzato) all’esame di competenza di lingua giapponese.






