Si tolse la vita nel Cpr di Torino dopo avere subito un «processo di animalizzazione» e di «deumanizzazione». È quanto si legge nella sentenza con cui il tribunale di Torino si è pronunciato sul caso di Moussa Balde, il giovane originario della Guinea morto suicida il 23 maggio 2021. I giudici hanno inflitto un anno di carcere all’allora direttrice del centro, Annalisa Spataro, affermando che fu «gravemente negligente» nel valutare le condizioni psicologiche del trattenuto. L’aggressione razzista a Ventimiglia Nelle motivazioni è contenuto un capitolo sulla «vicenda umana» di Moussa, che fu portato nel Cpr dopo avere subito una aggressione di matrice razzista a Ventimiglia perché non aveva i documenti in regola. I magistrati, per «comprendere le ragioni del suicidio», richiamano lunghi passaggi delle relazioni dei consulenti di parte civile.

Le omissioni dei medici Una volta nel centro, «Balde – è scritto – iniziava a perdere i riferimenti della propria identità socioculturale: dai documenti risultava la provenienza dalla Guinea, dato che tuttavia non veniva ritenuto rilevante; veniva unicamente registrata la circostanza che i genitori erano in vita, senza che gli venissero poste ulteriori domande in merito al nucleo familiare. Nessun medico, psicologo od operatore legale gli chiedeva chi lo attendesse in Italia ovvero in altri paesi né se desiderasse contattare qualcuno. Stava progressivamente entrando in un processo di de-parentalizzazione e di de-culturizzazione, con conseguenti perdita di riferimenti identitari e una forma di deumanizzazione della persona».