Tutte le cose belle finiscono, come si dice. E così vale inevitabilmente per le serie tv del momento, non da ultima Emily in Paris. Uno dei più grandi successi seriali di Netflix degli ultimi anni, la serie con protagonista Lily Collins è divenuta un fenomeno non solo televisivo, ma anche di stile e di costume. Lo scorso gennaio era stato annunciato il rinnovo per una sesta stagione, ma nelle ultime ore, in concomitanza con l'inizio delle riprese in Grecia, è arrivata la notizia che la prossima sesta stagione sarà anche l'ultima: “Grazie per averci permesso di far parte delle vostre vite, ispirando i vostri sogni di viaggio e il vostro amore per Parigi. Avremo sempre Emily in Paris!”, ha dichiarato il creatore della serie Darren Star citando la famosa battuta di Casablanca “We'll always have Paris” (“Avremo sempre Parigi”). Anche l'interprete Collins ha commentato l'annuncio dell'epilogo con un video sui social: “Non vedo l'ora di tutta la magia che ci aspetta, e di celebrare la nostra stagione finale con voi nel modo più chic di sempre”.Ma i fan saranno davvero disposti a lasciar andare la loro serie preferita in modo chic? E, soprattutto, chill? C'è questa strana tendenza, ultimamente, a trattare le serie tv come parte integrante della propria vita, ma non solo come adesione appassionate e identitaria, ma anche come qualcosa da mettere costantemente in discussione. Nel caso di Emily in Paris è ovvio che molti la guardino anche come una specie di guilty pleasure, una visione leggera e talmente surreale da darci modo di sparlarne continuamente. C'è una specie di perverso piacere nell'osservare le incredibili avventure di Emily, giovane e sprovveduta addetta alla comunicazione di Chicago che viene catapultata a Parigi (e a Roma, Venezia ecc.), tra clienti con budget illimitato, flirt tutti bonissimi e soprattutto un guardaroba da capogiro - e senza nessuna plausibile connessione col suo conto in banca. E anche se molti sono concordi che le ultime stagioni sono diventate sempre più assurde, non sarà semplici farsi andare bene l'epilogo che verrà proposto con il prossimo ciclo di episodi.Ma è così ormai con quasi tutti i titoli seriali di successo. Proprio in questi giorni si è conclusa su Prime Video The Boys, una delle serie più sfrontate, irriverenti e per questo amate degli ultimi anni. Adattamento dell'omonima saga di fumetti firmata Garth Ennis e Darick Robertson, The Boys ha conquistato un pubblico di fedelissimi grazie ai suoi ritratti immorali e sanguinolenti di supereroi pronti a tutto pur di preservare il potere e degli sparuti comuni mortali disposti a sgominarli. Ma anche qui pure i fedelissimi hanno dovuto ammettere che le ultime stagioni hanno preso troppo spesso la tangente e soprattutto questa quinta e ultima - come dimostrato da diversi meme - pare aver abbassato di molto la tensione narrativa pur di arrivare a una conclusione decente.Di recente abbiamo visto una cosa simile anche con Stranger Things: la quinta stagione uscita alla fine del 2025 ha concluso le vicende dei ragazzini di Hawkins, ma gli spettatori hanno avuto talmente da ridere che qualcuno si è inventato persino l'ipotesi che l'episodio finale fosse in realtà uno stratagemma narrativo illusorio prima di un fantomatico vero epilogo che sarebbe arrivato a sorpresa. Cosa che non è mai successa, ovviamente. Ma basta andare indietro di pochi anni, fino al 2019, per ricordarsi che una delle serie che ha segnato quell'epoca, come Game of Thrones, sembra aver rovinato tutto con una stagione finale criticatissima persino dagli appassionati più incalliti, con l'aggravante di aver più o meno spoilerato anche la conclusione della saga letteraria di George R.R. Martin (ammesso che quella arriverà mai, e riusciremo a godercela). E prima ancora la medesima irritazione si era sollevata col finale di Lost, andato in onda nel 2010 ma ancora oggi dibattutissimo online.Abbiamo forse un problema con i finali? Se lo chiede anche la scrittrice e critica letteraria Loredana Lipperini: “Che problema abbiamo con i finali? Dei film, i romanzi e soprattutto delle serie, intendo?”, ha scritto in un recente post su Instagram: “Mi chiedo perché le sorti dei nostri villain preferiti non ci soddisfino mai, o quasi mai. So che è difficile scrivere del Male e ancora più difficile trovare una soluzione per cancellarlo, sapendo che non si cancella mai del tutto. Ma cosa vogliamo dall'antagonista? Che muoia fra atroci tormenti nel tempo di un'intera puntata?”. Il riferimento - senza spoiler - è ovviamente all'Homelander di The Boys ma anche alla Daenerys di Game of Thrones. Ma si potrebbe ampliare il discorso anche al di là dei villain, perché siamo sicuri che anche la Emily di Lily Collins - che villain non è, pur avendo numerosi haters - sarà demolita da un'orda di commentatori insoddisfatti.Tutto ciò non dovrebbe stupirci più di tanto, se pensiamo che persino Arthur Conan Doyle - correva l'anno 1903 - fu costretto a risuscitare Sherlock Holmes, fatto piombare in una cascata solo dieci anni prima, per via dell'insistenza dei lettori più accaniti. Le opere di finzione, soprattutto se serializzate, ci accompagnano nel corso di diversi anni e costruiscono in noi un'assiduità a cui difficilmente siamo disposti a rinunciare, pur provando nei confronti di quella stessa assiduità fastidio o insoddisfazione. Se aggiungiamo a questo la tendenza a commentare (e criticare) qualsiasi cosa tramite i megafoni dei social, abbiamo il risultato di un'insoddisfazione globale che mai ci permetterà di goderci un finale nel modo più sano e pacificato. Tuttavia anche a questo c'è una consolazione: la certezza quasi assoluta che tutti i nostri titoli più amati torneranno prima o poi in forma di sequel, reboot, revival. Sperando, anche lì, di schivare l'effetto And Just Like That…
Da Emily in Paris a The Boys, siamo davvero disposti a veder finire le nostre serie tv preferite?
Gli epiloghi dei più grandi titoli seriali - come anche Stranger Things o Game of Thrones - sono oggetto di critiche senza quartiere. Ma il problema non siamo forse noi?














