La Calabria continua a contare i suoi morti sul lavoro. Uno dopo l’altro. In silenzio, quasi fosse un prezzo inevitabile da pagare alla fatica, alla precarietà, alla manutenzione dei territori, ai cantieri, agli appalti, alle opere pubbliche e private. Sei vittime in ventuno giorni, sette dall’inizio dell’anno. Numeri che non sono più soltanto cronaca nera. Sono il segnale di una emergenza sociale, di una frattura profonda tra il diritto al lavoro e il diritto, ancora più elementare, di tornare vivi a casa.
L’ultima tragedia porta il nome di Rosario Pulerà, 63 anni, operaio boschivo morto a Monterosso Calabro, travolto da un grosso ramo durante lavori di manutenzione nell’area montana “Chalet Pozzetti”. Poche ore prima, la Calabria aveva pianto anche Franco Vescio, 55 anni, di Lamezia Terme, deceduto all’ospedale di Catanzaro dopo una settimana di agonia: era precipitato da un tetto durante un intervento su cavi di telecomunicazione a Fuscaldo. Due morti diverse, unite dalla stessa domanda: perché in Calabria si continua a morire lavorando?
Sei morti in ventuno giorni: il bollettino che fa paura
La sequenza è impressionante. In appena tre settimane la Calabria ha registrato sei vittime sul lavoro. Uomini usciti di casa per guadagnarsi la giornata e mai più rientrati. Operai, manutentori, lavoratori impegnati in attività spesso fisicamente dure, in contesti complessi, dentro una filiera dove la sicurezza dovrebbe essere il primo presidio e invece troppo spesso viene evocata solo dopo la tragedia.










