di
Lorenzo Cremonesi
In meno di trenta giorni l’esercito di Zelensky ha liberato 113 chilometri quadrati di territorio: la guerra continua e le carte nel mazzo di Kiev sono migliori di prima
Per essere un leader che «non ha le carte» per vincere contro la guerra d’invasione russa Volodymyr Zelensky si dimostra davvero resistente. La realtà sui campi di battaglia evidenzia con impressionante e coerente regolarità che Donald Trump anche nel contesto del conflitto russo-ucraino ha commesso l’ennesimo clamoroso errore di valutazione e le sue dichiarazioni aggressive del 28 febbraio 2025 non hanno mai avuto alcun concreto fondamento. La nuova riprova arriva nelle ultime ore nelle zone della regione di Kherson, ancora occupata dai russi a est del fiume Dnipro, dove i droni di Kiev con micidiale precisione hanno fatto a pezzi il quartier generale della loro intelligence. La novità tra aprile e maggio è che non solo l’avanzata russa nel Donbass, tanto sbandierata da Vladimir Putin per tutto l’anno scorso, è bloccata, arenata, di fatto annegata nel sangue dei soldati massacrati dai droni in inutili assalti, ma soprattutto che le fanterie ucraine in meno di 30 giorni sono riuscite a liberare almeno 113 chilometri quadrati di terre occupate. Si tratta della prima «riconquista» dall’agosto 2024. Dopo quelle rilevanti del ottobre-novembre 2022. Occorre ricordare che comunque i russi ad oggi occupano circa il 20 per cento dei territori ucraini, così come internazionalmente riconosciuti (anche da Mosca) al momento dell’indipendenza nel 1991, e questi includono anche la Crimea e le zone dell’est «rubate» da Putin manu militari nel 2014. APPROFONDISCI CON IL PODCASTMa questi brevi accenni alla storia del conflitto aiutano a sottolineare un dato che è stato ovvio sin dai primi mesi seguiti all’invasione lanciata proditoriamente da Putin il 24 febbraio 2022: il dittatore russo mirava a una vittoria veloce, voleva tutto subito, la caduta di Kiev, l’eliminazione di Zelensky, lo sfascio dell’esercito ucraino e il suo asservimento a Mosca assieme alle industrie militari e al sistema economico. Tutto questo non è avvenuto: l’Ucraina resiste, combatte, ogni giorno che passa rappresenta una sconfitta per Putin e adesso numerosi commentatori, anche quelli che si erano mantenuti molto cauti, iniziano a dire che il vento della superiorità strategica sta girando a favore di Kiev.In poche parole, la Russia annaspa, soffre degli stessi problemi di mancanza di nuove reclute che penalizzano gli ucraini, ma i suoi droni sembrano meno tecnologicamente avanzati. Aiutano Zelensky i 90 miliardi di euro appena sdoganati dall’Europa dopo la sconfitta elettorale di Viktor Orban. E il presidente ucraino non si ferma. Trump «snobba» i suoi droni contro l’Iran? Pazienza, Zelensky firma contratti con gli Emirati, che cercano un ombrello più sicuro contro la minaccia degli Ayatollah di Teheran, lavora spalla a spalla con la ormai super-finanziata industria degli armamenti tedesca, coopera su più livelli con gli europei, primi tra tutti Svezia, Finlandia, Danimarca e repubbliche baltiche. Tra principali artefici della spinta ucraina c’è il 35enne neo-ministro della Difesa, Mykhailo Fedorov, apostolo dell’impiego bellico dei droni: lui stesso appena nominato in gennaio ci aveva parlato della sua «matematica della guerra», ovvero della scelta di calcolare, quantificare scientificamente, studiare le strategie di attacco russe, compresi i bombardamenti sulle città, per individuare le risposte strategiche appropriate. Ieri sono state rese note alcune sue dichiarazioni del 16 maggio in cui ribadisce di voler «eliminare» circa 50.000 soldati russi al mese, a suo dire dai 35.000 degli ultimi tempi, e in contemporanea «stancare la loro economia» in modo da impedire il ricambio delle perdite e quindi «costringere il nemico a chiedere la pace». A suo dire gli attacchi dei droni russi sono cresciuti del 35 per cento ogni mese, ma adesso quelli ucraini mirano a colpirne in cielo il 95% e i blitz nei cieli russi sono diventati molto più numerosi. I nuovi droni ucraini compiono raid in un raggio che sfiora i 2.000 chilometri, hanno colpito le raffinerie di Perm negli Urali, messo fuori uso i terminali di gas e petrolio nel Mar Nero. La guerra continua e le carte nel mazzo di Zelensky sono migliori di prima.







