Per anni l’intelligenza artificiale è stata raccontata come una tecnologia: algoritmi, modelli predittivi, machine learning, chatbot, automazione. Poi è arrivata l’AI generativa, e il discorso è cambiato. L’AI è diventata una questione di produttività, competitività, reputazione, compliance, sicurezza, capitale umano. In altre parole: una questione di governo dell’impresa.È in questo passaggio che nasce – o meglio, diventa visibile – il Chief Artificial Intelligence Officer, spesso abbreviato in CAIO o Chief AI Officer. Una nuova figura di vertice che ha il compito di disegnare, coordinare e mettere a terra la strategia aziendale sull’intelligenza artificiale. Non basta più “fare progetti AI”: bisogna decidere quali fare, con quali dati, con quali modelli, con quali regole, con quali responsabilità e con quale ritorno misurabile.Un recente caso emblematico riguarda Generali Investments, che ha nominato Ole Jorgensen come primo Chief AI Officer, rafforzando la propria strategia sull’intelligenza artificiale.Il Chief AI Officer non nasce perché alle aziende manchino CIO, CTO, CDO o Chief Innovation Officer. Nasce perché l’AI attraversa tutte queste funzioni, le mette in tensione e chiede una regia unitaria. La tecnologia da sola non basta. I dati da soli non bastano. La compliance da sola non basta. E nemmeno l’entusiasmo dei business manager, se non è accompagnato da metodo, responsabilità e capacità di scala.Indice degli argomenti
Chief Artificial Intelligence Officer: come è nato, cosa fa in azienda, perché è un ruolo in ascesa - Economyup
Il numero di Chief Artificial Intelligence Officer (CAIO) è quasi triplicato negli ultimi cinque anni: una nuova figura professionale che nasce dall’esigenza di portare l’intelligenza artificiale fuori dai laboratori e dentro la strategia aziendale. I dettagli, i vantaggi, le criticità












