Nel mare magnum di eventi che l’esplosione creativa di “Arwe” porta in città c’è anche la premiazione - lunedì 25 maggio al Cinema Massimo, su invito - di due giganti dell’arte: Michelangelo Pistoletto e Stelarc, all’anagrafe Stelios Arcadiou. Del primo, maestro di casa nostra, sappiamo molto. Del secondo, al di là della fama internazionale e delle polemiche attorno alle sue performance, un po’ meno. L’artista, nato a Cipro 79 anni fa e cresciuto in Australia, è noto per le sue estreme sperimentazioni - dove l’aggettivo estremo non basta a spiegare il livello di pratica radicale da lui raggiunto - di body art e cibernetica. Stelarc, di fatto, partendo dalla convinzione che il corpo biologico sia una struttura obsoleta e debba evolversi fino a robotizzarsi, coniuga carne e tecnologia. Così, per fare qualche esempio, a dimostrazione della sua tesi, si è fatto sospendere nel vuoto con ganci inseriti nella pelle per testare la resistenza fisica, ha integrato nel suo braccio una terza mano meccanica, ha innestato chirurgicamente, nell’avambraccio, un orecchio artificiale costruito. Stelarc, quando ha scoperto di essere o voler essere un artista? «L’ho sempre ingenuamente desiderato fin da piccolo. Mi piacevano il disegno e la pittura, ma non capivo in cosa consistesse, effettivamente, la pratica artistica e quali fossero le sue conseguenze nella vita. Mi sono iscritto alla scuola d’arte, lì ho scoperto di essere un pessimo pittore. E mi sono dedicato alle performance». Come ha capito che il suo corpo sarebbe diventato il suo mezzo espressivo? «Dal mio interesse per l’anatomia di insetti e altri animali. Mi affascinava il modo in cui gli esseri viventi si muovono e si orientano nel mondo. Poi, di conseguenza, il corpo umano è diventato il fulcro della mia espressione artistica, il luogo di sperimentazione». Per il grande pubblico lei è l’artista dell’orecchio impiantato nel braccio: qual è il senso di questa performance? «L’orecchio supplementare che ho inserito è un costruzione chirurgica, una struttura coltivata con le mie cellule. Funziona così: dopo sei mesi di inserimento sotto pelle c’è la ricrescita del tessuto e la vascolarizzazione, rendendolo concretamente una parte vivente del corpo. La mia intenzione non era semplicemente replicare e ricollocare un orecchio in un braccio, ma potenziarlo elettronicamente per connetterlo a internet e permettere al pubblico un ascolto remoto e mobile. Cosa che non ho potuto realizzare per ragioni tecniche e biomediche». La sua visione è quella di un “post-umanesimo” in cui in cui gli esseri viventi saranno corpi ibridi fatti di natura e tecnologia. Non si può non affrontare il tema del dolore... «Come artista della performance ho accettato le conseguenze fisiche. Il mio obiettivo è l’esplorazione non della sofferenza dell’uomo fine a se stessa ma di una futura incarnazione anatomica alternativa».
Stelarc ad Arwe: “Innesto nella mia carne protesi biotecnologiche, il corpo è ormai obsoleto”
Il performer cipriota: “Solo esseri umani ibridi possono superare i limiti biologici”









