Dopo oltre ottant’anni di presenza in Italia, il British Council si prepara a smantellare quasi completamente il proprio settore educativo nel Paese: 108 licenziamenti su 130 dipendenti e la chiusura delle attività di insegnamento dell’inglese. Oggi, tra Roma, Milano e Napoli, le lavoratrici e i lavoratori hanno incrociato le braccia nel primo sciopero indetto da FLC CGIL contro quella che il sindacato definisce “una scelta politica mascherata da crisi industriale”. Una protesta contro i drastici tagli, che ridurrebbero di circa l’80% la forza lavoro.

Il British Council – una delle principali istituzioni di soft power fondata nel 1934 e presente in circa 100 paesi – l’11 maggio ha inviato alle Rappresenti Sindacali Aziendali e alla FLC CGIL una comunicazione formale per l’apertura di una procedura di licenziamento collettivo: soppressione di 108 posti e cancellazione di British Council in Italia. Secondo quanto si è letto nella documentazione, la decisione è stata presa a causa di una dura crisi finanziaria che sta colpendo l’organizzazione.

Secondo una portavoce del British Council, l’ente sta affrontando alcune difficoltà a causa della pandemia: “Tra queste, la necessità di colmare un significativo deficit di finanziamento e il rimborso di un prestito di 197 milioni di sterline concesso dal governo britannico durante quel periodo”. La soluzione a questi problemi però ha investito le sedi italiane: “Stiamo rivedendo le nostre attività in diversi Paesi e in alcuni casi stiamo valutando delle modifiche – aveva dichiarato la portavoce – tra queste, una proposta per chiudere i centri di formazione del British Council in Italia a causa dei profondi cambiamenti nella domanda degli studenti”.