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21 maggio 2026 | 19.03
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Le tensioni tra Cina e Giappone nell'Indo-Pacifico sono giunte a un livello di massima allerta e la competizione tra Pechino e Tokyo investe oggi gran parte dell’assetto dell'intera sicurezza regionale. Centrale nell’inasprimento della crisi resta lo Stretto di Taiwan, considerato dal Giappone un elemento vitale per la propria sopravvivenza, anche in virtù dei massicci flussi commerciali e energetici che transitano lungo quelle rotte. La forte presenza militare cinese spinge Tokyo a una progressiva e articolata revisione della dottrina di difesa e dei limiti storici al riarmo, favorita dalle aspirazioni del governo guidato da Sanae Takaichi, che ha avviato una forte spinta politica in tal senso.
Il bilancio militare giapponese è cresciuto rapidamente, focalizzandosi su capacità di contrattacco a lungo raggio, missili da crociera e un programma di rafforzamento delle difese costiere e dei sistemi di sorveglianza satellitare. Il piano pluriennale prevede di raddoppiare la spesa difensiva fino al 2% del Pil entro il 2027, con un aumento di circa il 9–10% all’anno negli ultimi anni. Pechino risponde con un’intensificazione delle incursioni navali e aeree nelle acque e nello spazio aereo vicini alle isole contese e nella zona di interesse giapponese, Le operazioni di guardia costiera e milizie marittime cinesi vicino alle Senkaku/Diaoyu e nello Stretto di Taiwan contribuiscono a una dinamica che molti analisti definiscono di “guerra grigia”. Il Giappone si trova quindi a rinsaldare una fitta rete di alleanze per contenere le mire espansionistiche e la pressione della Repubblica Popolare, consolidando la propria partnership con gli Stati Uniti e il Quad (Stati Uniti, India, Australia). In parallelo, sta crescendo la cooperazione strategica tra Stati Uniti, Giappone e Filippine, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale, con esercitazioni bilaterali e trilaterali sempre più frequenti e un rafforzamento della capacità di intervento di Manila con il supporto di Washington e Tokyo. In questo scenario, anche la Corea del Sud collabora sempre più strettamente con il Giappone in chiave di deterrenza. La rivalità tra Giappone e Cina non è solo militare, ma si estende al controllo delle catene di approvvigionamento tecnologico e delle materie prime. Tokyo sta cercando di ridurre la dipendenza industriale da Pechino, in particolare per i semiconduttori, promuovendo partnership con Stati Uniti, Corea del Sud e Taiwan e sviluppando capacità interne di produzione avanzata. Pechino, anche se non ha introdotto sanzioni specifiche solo contro aziende giapponesi, sta rafforzando il proprio controllo sull’export delle tecnologie e di alcuni materiali critici, tra cui derivati delle terre rare, inserendoli in un quadro di restrizioni più ampio che riguarda in primo luogo i paesi considerati avversari tecnologici o militari. Le Filippine e il Vietnam guardano al Giappone come a un fornitore di sicurezza e un partner commerciale alternativo a Pechino. La stabilità delle rotte marittime commerciali nell'Indo-Pacifico rimane pertanto uno dei principali fattori di preoccupazione per l'economia globale e per le principali economie importatrici di energia e prodotti industriali. Se da un lato, la leadership cinese accusa il Giappone di rinvigorire un orientamento favorevole al riarmo, sotto la leadership degli Stati Uniti, sottolineando la crescente integrazione tra le forze di autodifesa giapponesi e le strutture militari americane, dall’altra, l’opinione pubblica giapponese percepisce l’ascesa di Pechino come la più grave minaccia alla sicurezza del Paese dalla fine della Seconda guerra mondiale. In questo contesto, la deterrenza nucleare statunitense nell’area rimane l’ombrello fondamentale su cui poggia gran parte dell’architettura di sicurezza del Giappone, la cui posizione politica ufficiale continua a rifiutare lo sviluppo di armi nucleari proprie, anche se il dibattito interno sui margini di autonomia strategica e sulla possibile “copertura” nucleare statunitense si sta intensificando. Su questo fronte, infatti, pesano i dubbi sul grado di impegno americano nei confronti dell’Indo-Pacifico, spingendo Tokyo a cercare una maggiore autonomia strategica e industriale militare. Il Mar Cinese Orientale appare così come uno spazio chiave per gli equilibri regionali, con esercitazioni militari, pattugliamenti continui e tensioni costanti intorno alle isole di Senkaku e alle rotte di transito. L’idea di un’“era di distensione pacifica” appare quindi sostituita da un clima di competizione strutturale, in cui la cooperazione economica convive con una crescente rivalità strategica.








