Roma, 25 mar. (askanews) – La competizione marittima tra Giappone e Cina sta entrando in una fase più strutturale, nella quale non è più in gioco soltanto la disputa sulle isole contese Senkaku/Diaoyu, ma il controllo del Mar cinese orientale, la tenuta del fianco sudoccidentale giapponese e la capacità di reagire a un’eventuale crisi su Taiwan senza lasciare a Pechino l’iniziativa strategica. La riorganizzazione della Forza marittima di autodifesa giapponese, entrata in vigore il 23 marzo con la nascita della nuova ‘Fleet Surface Force’, è il segnale più recente di questo cambio di fase: Tokyo la presenta come un adeguamento tecnico all’ambiente di sicurezza, ma in realtà essa riflette una trasformazione più profonda del modo in cui il Giappone pensa la guerra sul mare, la deterrenza e il rapporto con la Cina.

La novità più visibile è la scomparsa della storica ‘Fleet Escort Force’, il comando che per circa 65 anni ha costituito il cuore della marina giapponese. Al suo posto nasce una forza di superficie unificata, accompagnata da un nuovo comando per la guerra informativa. Nel briefing di ieri, il capo di stato maggiore delle Forze di autodifesa marittima ammiraglio Akira Saito ha spiegato che lo scopo è costruire una struttura capace di sostenere ‘alta rapidità e alto volume di attività’ sotto un comando integrato, migliorando insieme il processo decisionale e la risposta alle nuove forme di conflitto, comprese disinformazione e guerra cognitiva. In parallelo, dal marzo 2025 è operativo anche il nuovo Comando congiunto delle Forze di autodifesa, pensato proprio per rendere più fluida l’integrazione tra domini terrestre, navale, aereo, cyber e spaziale.