Dai piccoli orti floreali di Porta Susina, l’attuale Porta Susa, a quelli del Monte dei Cappuccini curati dai frati, passando per gli orti reali della Bela Rosin. La Torino agricola dell’Ottocento prende vita ne “L’orto tra cultura e coltura. In Piemonte e in Val Padana”, il volume di Renzo Baschera, edito da Priuli & Verlucca, in edicola con La Stampa da domani al 22 giugno al prezzo di 9, 90 euro, più il prezzo del quotidiano. A Porta Susina gli «Amsé» tra orto e giardino Il libro è un viaggio nella cultura della terra, tra tradizioni, storia, leggende e filosofia degli ortaggi. Nella Torino dell’Ottocento gli orti non erano soltanto spazi produttivi, ma luoghi di lavoro, decoro, socialità e assistenza. Quelli di Porta Susina, coltivati dagli anziani chiamati “Amsè”, cioè nonni, erano considerati tra i più belli perché assomigliavano a un incrocio tra orto e giardino: tra carote e insalate spuntavano anche le rose. Gli ortaggi venivano venduti il giovedì e il sabato nei mercati di Porta Palazzo. Dopo la vendita arrivava la “processione dei poveri” a raccogliere l’invenduto. Dalla collina arrivavano invece i prodotti del Monte dei Cappuccini, venduti in un piccolo mercato alla Gran Madre. Tra conventi, confraternite e Opere Pie Nel volume trovano spazio gli orti delle Confraternite e delle Opere Pie, al servizio delle mense dei poveri e dei malati, e gli orti conventuali, dove lavoro e preghiera si intrecciavano: dai Cappuccini alla basilica di Superga, dalla Sacra di San Michele ai monasteri della Val Padana. «Ogni luogo ha il suo orto»: in città si parlava di orti urbani, nelle campagne di orticelli, in montagna di orticoli. Cambiavano dimensioni, coltivazioni, clima e terreno. Gli orti sabaudi e la Bela Rosin Tra le pagine più piemontesi ci sono quelle sugli orti sabaudi e sulla Bela Rosin. Rosa Vercellana, moglie morganatica di Vittorio Emanuele II, nella villa accanto alla palazzina di caccia di Stupinigi volle un orto curato nei minimi particolari, dove crescevano i legumi più amati dal Re, fagioli e piselli, insieme a carote e insalata. Il sovrano apprezzò quella dedizione fino ad affidarle altri orti reali, tra cui quello di Moncalieri. Quando Roma divenne capitale, anche nella villa sulla via Salaria la Bela Rosin volle ricreare un frammento del suo mondo piemontese. Gli orti di Garibaldi e Madama Reale Il racconto si allarga poi ad altri orti celebri: quello di Madama Reale, trasformato in un giardino barocco, e quello di Garibaldi a Caprera, luogo di riposo e meditazione. Nel volume l’orto diventa anche un piccolo “hortus conclusus”, spazio di pensiero e memoria, attraverso Epicuro, Petrarca, Pascoli, Gozzano, Primo Levi e Calvino. La storia dei popoli Lo sguardo di Baschera attraversa anche la storia degli orti dei popoli: l’aglio e la cipolla nell’antico Egitto, gli erbari della tradizione ebraica, il “kepos”, l’orto-giardino dell’antica Grecia, il “viridarium” romano, con piante alimentari, fiori e alberi da frutto, e i piccoli “mansi” nei monasteri medievali. Già Cicerone, ricorda l’autore, sosteneva che chi possiede «una bella biblioteca e un orto da coltivare può considerarsi fortunato». La coltivazione, curando con amore le piante, diventa così benessere fisico, emotivo e mentale. Da qui il richiamo alla perdita di superfici dedicate agli ortaggi: dai 580 mila ettari del 1970 ai 421 mila del 2014, fino agli attuali 410 mila. Ne emerge un racconto popolare e colto, radicato nel Piemonte ma capace di attraversare epoche e civiltà.