Se si raggiunge Catania via terra o aria e con l’auto ci si spinge verso il centro della Sicilia, in questo periodo dell’anno le narici sono invase dall’odore intenso delle zagare. Lì si producono le migliori arance Igp, quelle che trovate sulle tavole di mezzo mondo. Per raccontare l’enorme difficoltà dell’Europa a farsi nazione sovrana oggi partiamo dai tarocchi prodotti alle pendici dell’Etna. Nella zona di Castellana c’è un’azienda agricola acquisita poco più di due anni da Oranfrizer, controllata a sua volta da Unifrutti, un gigantesco gruppo agricolo che controlla quasi un milione di ettari in quattro continenti su cinque. Per avere un ordine di grandezza, terreni grandi quanto la somma di Montenegro e Andorra. Unifrutti era nata nel 1948 per iniziativa dell’italiano Guido De Nadai, e già proprietaria di quattordicimila ettari tra Cile, Turchia, Filippine, Ecuador, Argentina, Sudafrica e - in Italia - in Sicilia, Marche e Puglia. Nel 2021 Unifrutti ha rilevato Dimifruit, produttore di ortaggi nella regione spagnola di Almeria. Nel 2022 la maggioranza della holding (con sede legale a Cipro) è stata acquisita dal fondo Adq, ovvero l’Abu Dhabi Developmental Holding Company, uno dei fondi sovrani degli Emirati Arabi Uniti. Un investimento da circa 830 milioni di dollari per garantire forniture a un Paese che dipende dall’estero per oltre il 90 per cento dei prodotti agricoli. Pecunia non olet, si dirà. Ma la parte più curiosa della storia deve ancora arrivare. Un’inchiesta apparsa questa settimana sul Guardian in collaborazione con il sito di inchiesta DeSmog, gli spagnoli di Eldiario e i rumeni di G4 Media racconta che le società controllate dalla famiglia Al Nahyan hanno ottenuto in sei anni oltre settanta milioni di euro di sussidi europei grazie ai terreni agricoli che controllano fra Romania, Italia e Spagna. Il sussidio più grande è stato concesso alla rumena Agricost, proprietaria della più grande azienda agricola dell'Unione, con terreni grandi cinque volte Parigi. Settanta milioni di euro - per la verità una stima prudenziale in base ai dati che è stato possibile raccogliere - sono una frazione dei 386 miliardi distribuiti nella programmazione settennale del bilancio europeo. Si potrebbe anche assumere che il Fondo Adq vada trattato come qualunque investitore, se (fino a prova contraria) paga regolari stipendi e contributi pensionistici a chi lavora con fatica quella terra. E però la famiglia Al Nahyan è una delle più ricche al mondo con un patrimonio stimato di 330 miliardi di dollari, e uno dei temi più discussi della riforma della Politica agricola comune è come distribuire i sussidi in maniera più equa. Secondo una precedente inchiesta del Guardian i sussidi della Pac favoriscono in modo sproporzionato i grandi proprietari: nel 2024 il giornale inglese stimò che diciassette gruppi miliardari fra il 2018 e il 2021 hanno ricevuto più di tre miliardi di euro del contribuente europeo, milleseicento volte quanto percepito dalla media delle aziende agricole dell’Unione. Una delle ipotesi di riforma - a Bruxelles se ne discute da un anno - è quella di introdurre un tetto massimo di centomila euro ad agricoltore e in base alla superficie coltivata. Più ancora dell’importanza di riformare la Politica agricola comune, questa vicenda laterale racconta bene la difficoltà dell’Unione a difendere i suoi interessi. Da un lato l’Europa del Green Deal paga tuttora un prezzo altissimo alla dipendenza da combustibili fossili del Golfo e al blocco di Hormuz, dall’altra concede sussidi ai ricchi petrolieri che investono in Europa per garantire ai suoi sudditi gli alimenti che diversamente non saprebbero come produrre fra le sabbie del deserto. Mutatis mutandis, dopo l’inizio della guerra in Ucraina e lo stop alle forniture russe - lo ricordava questa settimana Mario Draghi - l’Europa ha accentuato la sua dipendenza dal gas liquefatto americano, che importa per il sessanta per cento dei consumi. Sempre dall’Europa ogni anno migrano in direzione americana la metà del capitale investito - circa trecento miliardi di dollari - a caccia di rischi e rendimenti maggiori di quelli disponibili in Europa. La Cina è diventata un enorme mercato di sbocco per le loro (ottime) auto elettriche, peccato che - lo lamenta spesso il commissario europeo all’Industria Stephane Sejourné - quando apre stabilimenti in Europa lo fa spesso con personale cinese e componenti cinesi. Si potrebbe andare avanti con la lista, andiamo al dunque: nel nuovo mondo delle potenze occorre do ut des, e l’Europa non è in grado di ottenerlo. La causa di queste asimmetrie è nota e la risposta sempre la stessa: un’Unione capace di farsi nazione sovrana. Nulla - neppure una crescita sempre più asfittica - smuove le classi dirigenti europee a prendere in mano il destino di noi tutti. A fine aprile, in un discorso ad Atene, il francese Emmanuel Macron - uno dei pochi ad avere le idee chiare - diceva: “La nostra Europa deve affermarsi come una vera potenza geopolitica sulla difesa e la sicurezza, ma anche a livello industriale, agricolo, economico e tecnologico e diventare molto più competitiva. Deve investire di più e proteggere meglio la propria economia”. Occorre una risposta post-ideologica che tenga insieme apertura all’esterno e difesa dei propri interessi, politica industriale e libero mercato. Vale per i chip quanto per le arance sussidiate della Piana di Catania.
Arance rosse sovrane
Potere, imprese, finanza: le decisioni che muovono l’economia









