Nell’isola dell’assistenzialismo, via maestra per il consenso politico, nell’isola delle leggi mancia, dei milioni a palate sprecati in un florilegio di sagre paesane, esiste anche un’economia che si regge sul principio di domanda e offerta e, soprattutto, si regge sull’eroica fatica di dipendenti pagati perché producono. È il settore privato che realizza prodotti esportati all’estero e che si appresta a soffrire pesantemente la politica dei dazi imposta dagli Stati Uniti. La quota del 15% fissata dopo l’accordo tra il presidente Usa Donald Trump e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si traduce per le imprese siciliane che esportano oltre oceano nel rischio di perdere 70 milioni di euro. Significa che 700 posti di lavoro vero, sudato, sono a rischio.

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È preoccupata la Sicilia silenziosa delle lavoratrici e dei lavoratori che faticano ogni giorno per guadagnare lo stipendio e devono augurarsi che le loro aziende sia sempre in salute. Dentro le fabbriche e le imprese agroalimentari non arriva il baccano dell’Assemblea regionale travolta dagli scandali e affaccendata nell’ennesimo scontro in seno alla maggioranza con i suoi leader – alcuni sono lì da quarant’anni – a battagliare per i posti di potere. Iniziando, manco a dirlo, dalla disastrata e disastrosa sanità della Sicilia.