La Casa delle Donne contro la violenza (Modena) lascia il Centro Antiviolenza “Paola Manzini” di Vignola e lo Sportello di ascolto di Pavullo del Frignano dopo una decisione “difficile e sofferta”. E lo fa senza dichiarazioni di circostanza ma con la forza di una denuncia pubblica destinata a diventare una denuncia collettiva. Nel comunicato stampa pubblicato mercoledì hanno spiegato le loro motivazioni: “A causa di condizioni metodologiche inaccettabili, poste dalla committenza, che minano i presupposti alla base delle prassi di accoglienza dei Centri Antiviolenza dove l’ascolto, fondato sull’autodeterminazione della donna, sull’anonimato, sulla riservatezza, è pratica politica e atto di libertà”.
Quando un Centro antiviolenza viene trattato come un mero servizio, quando la metodologia dell’accoglienza che mette al centro della relazione di aiuto i bisogni, i progetti e le scelte delle donne viene spazzata via, quando si pretende di mettere le mani sui dati e sui percorsi delle vittime, allora non si sta più parlando di contrasto alla violenza: si sta parlando di controllo.
Per dieci anni la Casa delle Donne contro la violenza ha costruito reti, fiducia, accoglienza e tutela concrete. Da 42 donne accolte nel 2016 a 120 nel 2025. Numeri che raccontano una cosa semplicissima: le donne si rivolgono ai centri antiviolenza quando sanno di trovare anonimato, ascolto, rispetto dell’autodeterminazione. Non quando sanno che i loro dati finiranno dentro circuiti amministrativi decisi da altri.







