"La Sla non è solo una patologia a elevato impatto clinico-funzionale, ma anche una condizione che tocca profondamente le dimensioni relazionali, emotive e organizzative della vita di chi viene coinvolto. Per questo è indispensabile potenziare un modello di presa in carico realmente globale, coerente con il paradigma bio-psico-sociale, che includa non solo il paziente ma anche il caregiver e il più allargato contesto familiare". Questa la conclusione della tesi di laurea di Silvia Mencarini, che lavora nel Centro di medicina fisica e riabilitativa di Treia, diretto da Giorgio Caraffa. Dopo la laurea in medicina, ha concluso di recente il corso di specializzazione per la riabilitazione alla Politecnica delle Marche. Uno studio condotto sul campo, esattamente su dieci pazienti malati di Sclerosi laterale amiotrofica, a diversi stadi, residenti nel territorio dell’Ast di Macerata. Un campione relativamente piccolo, visto che nel corso di un anno si contano qui da noi 5/6 nuovi casi di Sla.
Alcuni di loro, insieme all’Aisla, Caraffa e altri medici, l’hanno invitata a "prendere un gelato". "In realtà – afferma Silvia – è stata la mia vera festa di laurea. Mi sono davvero commossa davanti alla manifestazione di tanto affetto. Ho ringraziato e ringrazio ancora loro e tutte le famiglie e i pazienti che mi hanno permesso di entrare nelle loro case e, in qualche modo, nella loro vita, porto con me i volti, i sorrisi e le lacrime di una vita vissuta appieno". Tutto è cominciato nel momento in cui Silvia ha iniziato a frequentare, come specializzanda, l’area riabilititativa dell’Ast di Macerata, affiancata dalla dottoressa Giuseppina Splendiani, collaborando alla definizione del Percorso diagnostico terapeutico assistenziale (Pdta) per i malati di Sla. "Data la natura e le caratteristiche della malattia tutti gli operatori convengono sul fatto che vada affrontata non solo con un approccio multidisciplinare sul paziente, ma globale, coinvolgendo i cosiddetti caregiver, cioè coloro che di lui si prendono cura".













