Imputato nervoso, durante la visione dei filmati scoppia a ridere. Dopo il delitto aggredì un altro ferroviere. L’ispettore della Mobile: "Dall’analisi dello smartphone non è emerso nulla su possibile movente o dissidi".Alza la voce, interrompe più volte avvocati e testimoni, scoppia a ridere quando vengono mostrati i filmati, si stiracchia, poi si muove nervosamente e protesta di continuo. Marin Jelenic viene richiamato all’ordine - in più di un’occasione - durante la seconda udienza del processo per l’omicidio di Alessandro Ambrosio, 34 anni, capotreno di Anzola ucciso il 5 gennaio in stazione con una coltellata nella schiena mentre, fuori servizio, stava andando a incontrare un amico.
L’imputato, senzatetto croato 36enne, appena entra in aula già inizia il suo ’show’: "Mafia, mafia" grida contro la Corte d’Assise presieduta dal giudice Pasquale Liccardo. A pochi metri da lui - che si aggira avanti e indietro nella gabbia di vetro -, c’è la compagna della vittima, Francesca Ballotta, indossa la maglia con la stampa di Ambro che suona la chitarra: durante l’udienza - pesante da sostenere in diversi punti, tra cui la ricostruzione degli ultimi istanti di vita di Alessandro -, si commuove, si dispera. I suoi occhi sono sempre lucidi. Ancora di più quando un operatore Polfer (tra i primi intervenuti sulla scena del crimine), rispondendo alle domande del pm Michele Martorelli, racconta di come fu trovato il corpo, in una grossa pozza di sangue. Poco più avanti, lo smartphone della vittima: "Aveva composto il numero 110, un tentativo di chiamata" quindi Ambro aveva provato a contattare il 118, una richiesta di aiuto con le ultime forze, prima di spirare.









