Nel 1886, il poeta ranger Captain Jack Crawford scriveva che i romanzi ambientati nel Far West erano vile spazzatura e popolati di eroi che nessuno aveva mai visto. Li definiva antieducativi e addirittura criminali perché diffondevano un’immagine inventata di una realtà che non esisteva. L’ovest, diceva, era pieno di giovani dell’est America che erano partiti alla ventura con il sogno di diventare eroi o briganti ed erano finiti immancabilmente in prigione. Di questo sfogo, di suo piuttosto divertente, ne possiamo dedurre che già a quel tempo esisteva una letteratura di genere assai diffusa ed era nutrita, prima ancora che dalla verità storica, dall’epica del Far West. Un’epica che, poi, nel corso del ‘900, si è ampliata e si è rivitalizzata nell’accavallarsi dei decenni che ci mettevano del proprio. Ed è quello che succede con Gli stivali di Medea, un romanzo di ambientazione western con personaggi e personalità contaminati dall’estetica del XXI secolo.
Al cuore di ogni romanzo o film ambientato nel passato, c’è la questione essenziale, probabilmente irrisolvibile, se davvero le persone in quell’allora potessero sentire e pensare così come noi le facciamo sentire e pensare nelle nostre opere di oggi. Vale per qualsiasi epoca e poter giocare a questo gioco di falsità plausibile è prerogativa della finzione artistica. Il che significa, in altre parole, che scrivendo un western si accetta di entrare a far parte di quel flusso di rappresentazioni collettive mutevoli che, per valere, devono comunque stagliarsi dentro una cornice storica, di contesto, che tenga. Nel finale di uno tra i western più classici, L’uomo che uccise Liberty Valance di John Ford (1962), c’è forse la sintesi più arguta di questa relazione tra rappresentazione e storia. Tutto il film è costruito su un presunto atto eroico compiuto dal protagonista quando era giovane. Quando questi, ormai anziano, decide di riportare il vero, il giornalista a cui ha rivelato i fatti si rifiuta di scriverli perché, spiega, “Questo è il West. Quando la leggenda diventa fatto, pubblica la leggenda.”







