Altro che cavaliere della frontiera. Dimenticatevi il ribelle da poster, con la pistola sul fianco e l’aura da leggenda. Lo scrittore Éric Vuillard rilegge Billy the Kid, sfilandogli di dosso il costume di scena, il folklore e l’aria da eroe maledetto, riconsegnandoci un ragazzo di diciassette anni, solo, affamato e dimenticato da tutti e il West torna a essere un posto sporco, feroce e senza scrupoli. Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (Edizioni E/O, appena arrivato in libreria tradotto da Alberto Bracci Testasecca) è proprio questo: il controcampo della frontiera patinata, il racconto del ragazzo divorato dalla leggenda.
Vuillard aveva già compiuto un’operazione simile con Buffalo Bill in Tristesse de la terre (ancora inedito in Italia) e in queste pagine rimette mano all’immaginario americano per smontarlo pezzo dopo pezzo: Billy the Kid non è più il prodigio della pistola, il duellante, il fuorilegge consacrato dagli occhi di ghiaccio di Paul Newman in Furia Selvaggia (1958) e dalla regia di Sam Peckinpah in Pat Garrett e Billy the Kid (1973). Vuillard- premio Goncourt nel 2017 per L’ordine del giorno - racconta un ragazzino che ruba burro, biancheria sporca e fa razzie di cavalli; un orfano che dorme all’aperto e che non riesce a non tradire e derubare chiunque gli tenda una mano in un momento di difficoltà. Perché è la sua natura. Perché la vita gli ha insegnato solo questo.







