Se il protagonista del film Platoon di Oliver Stone diceva che «l’inferno è l’impossibilità della ragione», per Domenico Quirico la guerra è l’impossibilità della narrazione. «La guerra non è solo sofferenza. È la mutazione antropologica delle persone che ci vivono dentro. Le loro parole, quello che riescono a dire, sono calce viva. Io con il mio vocabolario elementare non riuscirò mai a raccontarlo». Come il colonnello Kurtz, il corrispondente di guerra conduce il pubblico nel cuore di tenebra dei conflitti. Quirico parla davanti alla platea del Collegio Carlo Alberto di Torino nel primo incontro di “Dentro il mondo che cambia”, ciclo di dialoghi sulle trasformazioni del presente. Il titolo e “Il ritorno della guerra”. Accanto a lui Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre. È lui a iniziare con la prima considerazione. «Ci siamo illusi che la guerra se ne fosse andata. Esisteva ancora molto vicino a noi. Oggi scopriamo che quel “molto vicino” si sta avvicinando sempre di più e forse arriverà a toccarci». Si domanda se sia una prospettiva concreta. «Mi chiedo quando mai sia andata via la guerra», replica Quirico. «Non c’è mai stata un’età dell’oro. È una bugia. Questa idea, che spesso si racconta, che dobbiamo tornare ai tempi in cui eravamo felici se non ci fossero stati Putin, i jihadisti e altri. Questo non è vero. Abbiamo sempre chiuso gli occhi». Da qui Quirico ragiona sulla possibilità di raccontare la guerra. «La guerra la conosci in un unico modo, vivendola come carnefice o come vittima. Tutto il resto sono balle. Qualsiasi altra soluzione che non sia stata vissuta come carnefice o come vittima è una bugia. Non riuscirai mai a capire che cos’è la guerra se non l’hai vissuta in questi due elementi». Parole che portano Segre a un’altra riflessione. «Noi riempiamo le pagine della guerra come se adesso ci appartenesse, siamo partecipi ma non nella maniera in cui potremmo essere. La domanda è che tipo di trauma comporterà se e quando dai margini la guerra arriverà a toccarci». Qui le parole di Quirico si fanno ancora più profonde. «Se volete parlare di guerra, invitate un siriano o un afgano. Loro possono raccontare cosa vuol dire vivere nella guerra. Guardare la televisione o guardare i film non serve. La guerra non è cinema. Io ero un testimone del nulla. A noi, in questa parte del mondo, degli afgani, dei siriani, degli ucraini, dei gazawi, non ce ne importa nulla. La guerra non è solo la sofferenza. È la mutazione antropologica delle persone che ci vivono davvero che senza accorgersene entrano in un altro genere umano con cui noi non abbiamo alcun rapporto, nessuna possibilità di comunicazione, perché ci manca il sedimento dell’anima. Per questo dico sempre che l’unico viaggio vero è quello in cui non torni indietro. Perché l’unico testo decente che puoi scrivere su queste cose è quello che non scriverai mai perché sei morto. Ed è il più meraviglioso testo che tu possa scrivere, perché sei tu stesso diventato parte di quella materia che non è raccontabile a gente a cui non gliene frega niente». Il dibattito si sposta poi sui modi in cui la tecnologia ha cambiato il modo di fare la guerra con i droni. «Qualsiasi disgraziato dotato di un minimo di tecnologia è in grado di combattere quasi alla pari con gli Stati Uniti d’America con le sue portaerei», sottolinea Quirico. «La guerra sta cambiando, e noi occidentali continuiamo a pensare allegramente che si possa continuare a fare le guerre del Novecento. La portaerei è uno strumento del Novecento. C’è un altro modo di fare la guerra a basso costo. La Germania sta spendendo miliardi per costruire un esercito del Novecento. Trump è un uomo del Novecento, come lo sono Putin e Macron. Noi continuiamo a non mettere il Novecento in cantina». Su questo Segre ricorda lo stupore di Trump che dopo aver detto di aver distrutto tutto degli iraniani questi mostrano la volontà di non arrendersi. Il dialogo passa al concetto di guerra esistenziale o di annientamento. «Oggi le guerre mettono in gioco la parte più fondamentale dell’identità dell’altro. Non facciamo le guerre per arrivare a un obiettivo strategico e misurabile. Vediamo guerre che hanno come obiettivo l’annientamento totale della minaccia dell’altro che è il male», osserva Segre. Per Quirico la guerra esistenziale non è di oggi, ma risale già alla Rivoluzione francese ed è proseguita con le due guerre mondiali. «Per gli americani la pace equivale alla resa. Trump è l’espressione di quegli Stati Uniti della resa». Si arriva alla fine. Dal pubblico qualcuno chiede se e quando queste guerre finiranno. Quirico non è ottimista. «Io credo ci sia un convitato in più, coloro che guadagnano un sacco di soldi dai conflitti. Questo fa sì che le guerre che duravano cinque anni oggi rischiano di essere guerre eterne. È il complesso militare industriale e finanziario che deve rientrare delle spese. È il capitale finanziario che stabilisce quando finiscono le guerre e poi ne farà altre. L’Europa con il riarmo vuole convertire gli aratri in cannoni. Io sono pessimista. Perché vivo in un mondo che mi costringe ad esserlo. Prevedo un mondo orribile e violento. Oggi se si gira sente un grande di odore di putrefazione. È il mondo del Novecento che sta morendo». Aprendo l’incontro il presidente del Collegio, Giorgio Barba Navaretti aveva detto, «insegniamo ai nostri ragazzi a ragionare sui dubbi». Avranno molto su cui ragionare.
Quirico e Segre: “Nell’epoca delle guerre senza fine, il futuro è un mondo orribile e violento”
Gli esperti di politica estera a confronto: «L’Occidente combatte con le sue vecchie illusioni»







