Quando a luglio del 2025 mi sono incamminata sulla via Emilia e mi sono fermata a Modena, mi sono fermata proprio in quell’angolo là, perché è l’ultimo punto in cui possono passare le auto, ho preso un caffè, la barista mi ha chiamato «cara».
Ma poi scoprirò che ti possono chiamare anche «nanni» e «tata» allo stesso modo anche se hai 52 anni e non ti hanno mai vista prima. Lì c’è un’edicola, ho preso una testata locale e ho letto: in consiglio c’erano degli eletti di Fratelli d’Italia che dicevano che la criminalità giovanile andava controllata con più fermi, più arresti, più vigilanza. E il sindaco aveva risposto, più o meno, «mi chiedo perché ci sia questo dolore tra i ragazzi, bisogna trovare il modo di ascoltarli di più, di dare un’alternativa».
Era la risposta giusta, perciò mi sono fermata. Quattro mesi dopo sono andata a un’iniziativa culturale, mi sono accorta che avevo la mia kefiah a Napoli, dovevo parlare in pubblico e mi sentivo nuda, allora una compagna del collettivo femminista BluBramante mi ha regalato la sua, rossa, che aveva raccolto da terra in Libano. Ho pensato che era un luogo aperto e ospitale dove era difficile avere paura. Mentre venerdì tornavo dal Salone del Libro di Torino arrivavano le prime notizie in treno, guardavo il monitor e vedevo scorrere il nome della città, che non compare mai tra le notizie, cosa vuoi che accada a Modena? A Modena non succede niente.










