La soddisfazione composta di aver portato a termine con successo la missione. Che non era di salvataggio vite, ma di recupero corpi. E dunque il primo pensiero è rivolto alle famiglie delle vittime, che potranno riavere le salme dei propri cari, rimasti intrappolati da giovedì scorso nella grotta di Dekunu Kandu, ad oltre 60 metri di profondità, alle Maldive. "Il motivo per cui abbiamo risposto alla richiesta di aiuto - ha detto dopo l'immersione Sami Paakkarinen, il caposquadra del team finlandese intervenuto - è stato il desiderio di offrire supporto in questa situazione così dolorosa. Dopo tre giorni di operazioni, tutti i subacquei dispersi sono stati recuperati e stanno tornando a casa".
Non è stata semplice l'operazione condotta da Sami con i suoi compagni, Jenni Westerlund, Patrik Grönqvist. Ma è stata attentamente pianificata con due obiettivi prioritari, come spiega Dan Europe, la fondazione che l'ha promossa: la sicurezza del team e la preservazione dell'integrità dei corpi. Per operare a queste profondità minimizzando i rischi e le incognite che ci sono sempre i tre esperti finlandesi - Paakkarinen ha alle spalle 20 anni di immersioni in grotta ai massimi livelli - avevano equipaggiamenti adeguati, come i rebreather a circuito chiuso e gli scooter subacquei (Diver Propulsion Vehicles). I primi sono dei sistemi che riciclano il gas espirato dal subacqueo, rimuovono l'anidride carbonica tramite un filtro assorbente e reintegrano automaticamente l'ossigeno metabolizzato. Ciò consente immersioni significativamente più lunghe, fino altre 5 ore. Nelle bombole poi non c'è semplice aria, ma trimix, una miscela di ossigeno, azoto ed elio che riduce l'effetto narcosi che si può verificare in profondità.













