Il capodelegazione leghista all'Eurocamera analizza le difficoltà della politica commerciale europea, frenata dalle divergenze interne tra gli Stati membri. Per arginare la concorrenza asimmetrica della Cina, Borchia auspica l'estensione di misure di tutela dell'industria affiancate a un mix energetico pragmatico e scevro da ideologie che includa idroelettrico, gas e nucleare per stabilizzare i prezzi

Le velleità di costruire una politica commerciale che porti agli obiettivi dell'Ue, tra cui l'autonomia strategica, si scontrano con le profonde differenze di interessi e sistemi produttivi dei suoi Paesi. Questo il filo del ragionamento di Paolo Borchia, capodelegazione della Lega (PfE) e membro della Commissione Industria, ricerca ed energia all'Eurocamera, espresso durante la diretta "Lavori in Corso" dell'Adnkronos. Questo, aggiunge, è alla base delle "tante difficoltà che riscontriamo quotidianamente", tra cui quella nel competere e rispondere alla sfida rappresentata dalla Cina.

"Non possiamo nasconderci che a livello di autonomia strategica abbiamo dei grossi problemi", rileva Borchia, portando come esempio l'abbandono dei processi di raffinazione del litio, elemento chiave per la transizione, "perché considerati troppo inquinanti: la Cina ha fatto delle scelte diverse perché le poteva fare". Allo stesos modo, il 95% di polisilicio, fondamentale per la produzione di pannelli solari, è prodotto nella regione dello Xinjiang, dove si riscontrano "delle forme di produzione legate addirittura alla schiavitù" della popolazione uigura. "Partendo da queste basi noi dobbiamo realizzare che stiamo operando in un contesto profondamente asimmetrico" e che, numeri alla mano, Pechino va visto come "un interlocutore con il quale non essere chiusi, ma contestualmente essere fermi".