Ieri, mentre a Pechino il leader cinese Xi Jinping si preparava a incontrare il presidente della Federazione russa Vladimir Putin, la premier giapponese Sanae Takaichi arrivava ad Andong, nella provincia sudcoreana del Gyeongsang settentrionale, per il suo quarto vertice bilaterale con il presidente sudcoreano Lee Jaemyung da quando si è insediata al Kantei, il palazzo del governo di Tokyo. Il vertice parallelo della piccola e significativa città dell’entroterra coreano fino a poco tempo fa sembrava impossibile, per due paesi con una relazione tormentata dal passato coloniale.A gennaio, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung era stato invitato dalla premier giapponese Takaichi a Nara, la città natale della popolare leader nipponica. I due avevano avuto un dialogo fruttuoso, avevano perfino suonato alla batteria il brano “Dynamite” dei Bts, che nell’ingessato cerimoniale asiatico lasciava intuire una certa cordialità fra i due. Ma le premesse non erano delle migliori: Takaichi, prima ministra dal 21 ottobre scorso, è considerata rappresentante dei falchi nazionalisti all’interno del Partito liberal democratico al governo in Giappone; Lee Jae-myung, arrivato alla presidenza dopo la destituzione di Yoon Suk-yeol ed elezioni lampo, è entrato in carica il 4 giugno dello scorso anno e rappresenta il Partito democratico coreano nella sua accezione più populista, tradizionalmente anti Giappone, anti Nato e anti occidente, più vicino alla Corea del nord e alla Cina che all’America. Sulla carta, i due leader avrebbero dovuto essere lontani come mai prima. Eppure in questi pochi mesi in Asia orientale c’è stata una piccola rivoluzione che ha portato al consolidamento delle relazioni fra Tokyo e Seul, coronato nel vertice di ieri.Takaichi e Lee si sono incontrati ad Andong, la città dov’è nato il presidente sudcoreano (è la prima volta che i due leader di Giappone e Corea del sud si vedono nelle rispettive città natali), nota soprattutto per essere un luogo di tradizioni e cultura – il suo villaggio tradizionale è patrimonio Unesco. Ma Andong è anche una specie di capitale morale dell’indipendentismo antigiapponese, da lì viene anche Yi Sangnyong, uno dei leader del governo provvisorio in esilio della Repubblica di Corea che organizzava la resistenza contro l’occupazione nipponica, e ieri molti media locali sottolineavano la presenza delle bandiere giapponesi in città come il segnale che il mondo è cambiato, e che il presente costringe la politica (e l’opinione pubblica) ad accorciare le distanze e archiviare il passato. Durante la conferenza stampa congiunta, la premier giapponese e il presidente sudcoreano hanno annunciato una nuova fase di collaborazione energetica per affrontare insieme la crisi di Hormuz: tra i due paesi ci saranno più scambi di Gnl e petrolio greggio, con la condivisione delle riserve strategiche e dei prodotti raffinati. La Corea del sud inoltre aderirà all’iniziativa giapponese “Partnership on Wide Energy and Resources Resilience”(Powerr Asia), un programma da 10 miliardi di dollari tra prestiti e garanzie creditizie tramite la Japan Bank for International Cooperation, per costruire e condividere infrastrutture di stoccaggio petrolifero con i paesi del sud-est asiatico. I due leader hanno anche concordato di rafforzare la cooperazione trilaterale con gli Stati Uniti, un segnale che secondo il Financial Times va letto come risposta alle voci su un possibile ridimensionamento della presenza militare americana in Asia orientale. Tokyo e Seul si preparano a fare da soli, di fronte alle minacce di guerre commerciali e disimpegno militare di Trump e l’ingombrante e pressante presenza della Cina di Xi Jinping.L’energia è l’emergenza contingente che ha portato i due leader anche ad affrontare questioni più identitarie, sorprendentemente senza populismi – a dimostrazione del fatto che la leadership di Takaichi è più responsabile e lungimirante di quanto voglia far sembrare, anche a costo di cedere su alcuni punti che l’estrema destra giapponese non lascerebbe mai passare. Lee ha infatti annunciato che inizieranno le procedure di analisi del Dna dei resti recuperati dalla miniera giapponese Chosei, a Ube, nella prefettura di Yamaguchi, dove nel 1942 un’alluvione uccise 183 lavoratori, 136 dei quali erano coreani mobilitati con la forza. Lee l’ha definito “un primo piccolo ma significativo passo nella cooperazione sulle questioni storiche, a partire da quelle umanitarie”.Giappone e Corea del sud non sono gli unici paesi che accelerano i cambiamenti per affrontare il futuro incerto insieme. La premier Takaichi da mesi subisce la violenza della propaganda di Pechino per aver cambiato la posizione del Giappone sulla questione Taiwan – ammettendo che se dovesse esserci una guerra d’invasione da parte della Cina, Tokyo potrebbe mobilitarsi – e per aver allentato le regole sull’export di armamenti. Ora pure il presidente delle Filippine, Ferdinand Marcos Jr. ha detto che anche Manila sarebbe inevitabilmente coinvolta in un conflitto su Taiwan – non tanto per scelta, ma per geografia: “Guardando la mappa, si capisce che il nord delle Filippine sarebbe quantomeno parte di quel conflitto”. La prossima settimana Marcos sarà in visita di stato in Giappone.