Michael Burry torna a lanciare un allarme sui mercati, e questa volta il bersaglio è l’intelligenza artificiale. La bolla AI di Burry nasce nel pieno del sell-off tecnologico e mentre l’attenzione degli investitori era puntata su Nvidia. Il suo punto è netto: l’esposizione al comparto AI sarebbe ormai più estrema di quanto si sia visto al culmine della bolla Dot-com.

Il riferimento non è generico. L’investitore reso celebre da The Big Short richiama numeri che, letti insieme, raccontano una concentrazione di capitale insolita: venture capital, obbligazioni high-yield e debito investment-grade sempre più legati all’AI. Per Burry, il paragone corretto non è solo con la febbre internet di fine anni Novanta, ma con la bolla TMT del 1999.

Ed è qui che il warning smette di sembrare una provocazione da social e diventa una questione di rischio sistemico. Se una quota così ampia di finanziamenti e debito finisce nello stesso settore, il problema non riguarda solo i fondi speculativi. Può arrivare fino ai portafogli più tradizionali, compresi i fondi pensione.

Summary

Perché la bolla AI di Burry preoccupa il mercatoI numeri citati da Burry: venture capital e debito sempre più concentratiVC, high-yield e investment-gradePerché Burry teme effetti più ampi sui portafogliCapex in aumento e ritorni ancora poco chiariIl nodo infrastrutturale: hardware che invecchia in frettaCosa cambia per il mercato dopo il warning di Michael Burry