Un paio di anni fa, in una trattoria nel quartiere Garbatella a Roma, un amico inglese ferma il cameriere e chiede: «Uno expresso, por favore!». Non è un posto per turisti: ci sono le famiglie della domenica, il vino della casa in caraffa, tovaglie di carta. La pronuncia di Alex non è perfetta, ma si capisce che vuole un caffè. Il cameriere non risponde, torna verso il bancone e sussurra qualcosa a una collega. Entrambi ridacchiano.

Unico italiano al tavolo, mi giro verso Alex e gli dico ridendo: «Secondo me non te lo porterà mai il caffè!». Gli spiego che in Italia esiste un’etichetta precisa sulla sequenza in cui si ordinano le cose al ristorante. La richiesta di Alex è arrivata quando avevamo appena finito l’antipasto ed eravamo in attesa del primo. Le nostre paste alla carbonara stavano per arrivare.

Alex aveva già sentito parlare dei nostri costumi a tavola: quei video virali su TikTok con italiani furibondi che guardano americani spezzare gli spaghetti crudi e buttarli in una padella di “marinara sauce”. Ma in quel momento lui desiderava davvero un caffè. Insomma, non era una provocazione.

L’espresso intanto non arrivava. Alex non ci poteva credere. «What the fuck? Are they really not bringing it?» Nel frattempo, arrivano al tavolo le carbonare. Finita la pasta, il cameriere torna e chiede se vogliamo dei dolci o caffè, ignorando completamente quello che era successo prima. Rispondiamo di sì e che, anzi, avevamo già chiesto un caffè prima ma non è mai arrivato.