Di: Mattia Pacella Giriamo per le strade di Roveredo poche settimane dopo la vasta operazione antimafia che ha scosso la regione. Avviciniamo un passante, gli chiediamo se abbia mai visto le persone arrestate il 23 febbraio scorso, quelle che risiedevano qui, nel Moesano. La risposta è negativa. “Non so che faccia abbiano”. Una risposta come quella di tante altre persone che incontriamo. Sembra che a Roveredo nessuno li abbia mai visti. “Roveredo è un refugium peccatorum“, ride un uomo al bar. Un pizzaiolo ammette che probabilmente qualcuno di loro una pizza l’avrà presa anche da lui — ma non ricorda come fossero fatti, di sicuro cercavano discrezione. “Il Moesano,” ci dice mentre ci congeda, “è terra di nessuno.”Terra di nessuno sì, ma dopo alcune ricerche troviamo un’abitante della zona che sa qualcosa di più, ma non vuole farsi riconoscere. “Dei conoscenti dicevano che vedevano dei movimenti di notte attorno alle loro abitazioni. Macchine di lusso che facevano avanti e indietro. Ma non riuscivano a capire chi ci fosse dentro. Erano persone molto discrete.” Discrezione: è la parola d’ordine. Per persone che, qui, sembrano dei fantasmi. E che oggi rischiano di trasformare ancora una volta la Mesolcina in quello che molti temono: un rifugio per chi ha qualcosa da nascondere.Falò è oggi in grado di stilare un profilo più preciso del gruppo accusato — a vario titolo — di riciclaggio, ricettazione, false fatturazioni, traffico internazionale di cocaina, con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa. Grazie alle 372 pagine dell’ordinanza di convalida del sequestro emessa dal Tribunale di Napoli, che la RSI ha potuto visionare, possiamo affermare che le persone indagate nelle varie ramificazioni dell’inchiesta tra Svizzera, Italia e Francia, e titolari di un permesso B a Roveredo, sono sei. Oltre ai quattro arrestati nell’operazione, due altri indagati sono oggetto del filone italiano dell’inchiesta incentrato soprattutto sul riciclaggio.Il nipote del bossMa andiamo con ordine. Al centro dell’inchiesta c’è un cinquantatreenne di Ercolano, pregiudicato, nipote e omonimo di un boss del clan camorristico Ascione-Papale. È a lui che, qualche anno fa, il Canton Ticino aveva negato il permesso B per via dei suoi precedenti penali. Indagati anche suo figlio ventiquattrenne — avuto dalla prima moglie anch’essa arrestata in passato — e la nuova compagna: la figlia di un super-ricercato montenegrino, oggi in arresto in Francia.Accanto a loro figura un quarantaquattrenne, incensurato, anch’egli del napoletano: è il cofondatore della società di Roveredo al centro dell’inchiesta, sui cui conti sono transitati oltre un milione di franchi di provenienza ancora ignota. Ad essere indagata nel filone italiano sul riciclaggio pure sua moglie, che per un periodo era pure lei in possesso di un permesso di soggiorno, per poi tornare a Napoli. Inoltre, stando alle nostre informazioni, anche suo cognato è finito in questo filone italiano: si tratta un quarantasettenne di Portici, anch’egli sarebbe stato titolare di un permesso B nei Grigioni, ma in Mesolcina - dicono le nostre fonti - non avrebbe quasi mai messo piede. I vestiti del Luganese e l’origine dell’inchiestaDalle carte dell’inchiesta italiana sul riciclaggio di denaro emergono, inoltre, altre due società elvetiche contro le quali, al momento, non c’è ancora un sequestro, ma sulle quali gli inquirenti della vicina penisola stanno effettuando approfondimenti. La prima è una società del Canton Grigioni, sempre a Roveredo, oggi in liquidazione che avrebbe ricevuto bonifici da tre delle società italiane legate al gruppo, per quasi 150 mila franchi. Da qui sono scattate le prime verifiche del antiriciclaggio elvetico che hanno in seguito fatto scattare l’inchiesta internazionale. Il denaro non passava direttamente sui conti della società elvetica: arrivava su un conto intestato a una fiduciaria intermedia, che poi smistava i pagamenti. Stando a nostre informazioni è proprio grazie alle verifiche bancarie e poi dell’antiriciclaggio elvetico su questa società che in seguito sarebbe scattata l’inchiesta internazionale culminata nello smantellamento della banda e nell’arresto degli indagati.La seconda è una società di abbigliamento del Luganese, utilizzata per movimentare merce: vestiti e — fra le altre cose — anche una Porsche Macan poi finita nelle disponibilità della società di Roveredo, oggi sotto sequestro. I due amministratori sono nomi di interesse per gli inquirenti. Il primo, residente in Ticino, è formalmente incensurato, ma è stato controllato una volta mentre era al volante della sua auto in compagnia del cinquantatreenne, principale indagato dell’inchiesta. Il secondo amministratore, originario del napoletano, invece è un nome già noto alle autorità italiane, che lo descrivono come “deferito in stato di libertà per emissione di fatture per operazioni inesistenti”. Se per ora il ruolo di queste società non è definito, in generale per Gennaro Vitolo, capitano dei Carabinieri di Torre Annunziata - che si è occupato della parte italiana dell’inchiesta - “gli indagati hanno costruito un complesso reticolo societario tra società reali e fittizie”. Un metodo secondo gli inquirenti che serviva a facilitare il riciclaggio e l’auto-riciclaggio poiché funzionale a complicare la tracciabilità del denaro.Gennaro Vitolo, capitano dei Carabinieri di Torre AnnunziataRSITra le società perno di questo presunto sistema di riciclaggio c’era un’altra società di Roveredo, cofondata nel 2022 dal quarantatreenne del napoletano, assieme a un fiduciario italiano residente nel Moesano, attualmente amministratore unico. Questo colletto bianco non è indagato, ma per il capitano Gennaro Vitolo fungeva da “prestanome che eseguiva ordini dei reali organizzatori dell’attività delinquenziale.” Da noi interpellato telefonicamente il fiduciario si è limitato a dire che non vuole risponde alle nostre domande. “Io sono vincolato al segreto d’ufficio”, ci ha detto prima di attaccarci la cornetta. Avremmo voluto chiedergli come mai non si è accorto di quelle transazioni milionarie sospette. Tra l’altro il fiduciario era anche amministratore dell’altra società di Roveredo, oggi in liquidazione, da cui è scaturita l’inchiesta.Intanto, sul fronte giudiziario, sono arrivate le prime decisioni. Il Tribunale del riesame di Napoli ha convalidato il sequestro dei beni degli indagati in Italia. Tra questi, una palazzina nel centro di Ercolano, acquistata con i fondi della società di Roveredo che nell’immobile aveva anche la sua sede legale italiana. Un immobile non qualunque, visto che - come ci conferma Vitolo - “era occupato da membri della famiglia Ascione fin dal 2019”.No Ticino, sì MoesanoFalò, inoltre, è in grado di ricostruire con maggiore precisione anche la procedura che ha portato il principale indagato ad ottenere il permesso B nei Grigioni.Il cinquantatreenne di Ercolano arriva dapprima in Ticino nel settembre 2018: a fargli da datore di lavoro una società di Zugo. Risiede inizialmente in un attico in centro a Lugano, poi si trasferisce in una villetta a Canobbio — non lontano, peraltro, dalla proprietà da oltre 500 metri quadri, dal valore di 1 milione e seicentomila franchi, che le autorità elvetiche hanno sequestrato alla società di Roveredo, dove - come abbiamo saputo - viveva di fatto il titolare, il quarantaquattrenne napoletano.Ma torniamo al cinquantatreenne. Nel maggio 2019, il Canton Ticino gli nega il permesso di soggiorno per via dei suoi precedenti penali. L’uomo era stato infatti arrestato nel 2009 per “estorsione, usura e riciclaggio di proventi illeciti, risultati riconducibili al Clan Mazzarella” — l’aggravante mafiosa, va detto, sarebbe poi caduta in terzo grado. Bellinzona, dunque, dice no. Ma il cinquantatreenne, dopo aver fatto ricorso, nel 2021 ci riprova. Questa volta nei Grigioni. E lì il permesso B lo ottiene immediatamente. Prima a Coira, poi si trasferisce in affitto in una casetta pluri-familiare a Roveredo, assieme alla compagna montenegrina e alla figlia. Una famiglia che, di fatto, viveva anch’essa all’estero: soprattutto a Cannes, in Francia, dove possedeva un’altra proprietà e dove viveva il padre montenegrino della donna. Ecco probabilmente perché nei Grigioni si vedevano raramente, come se fosse un rifugio di comodo.Il Consiglio di Stato grigionese, interpellato sulla vicenda, si era giustificato spiegando che all’epoca del rilascio, nel 2021, “non disponeva di indizi concreti che avrebbero giustificato la richiesta di un estratto del casellario giudiziale, poiché il Canton Ticino non aveva inserito il corrispondente codice nella banca dati della Confederazione sulla migrazione”. Bellinzona avvertirà Coira soltanto un anno dopo, nell’aprile 2022. Non sappiamo perché ma — sostengono i Grigioni — “anche in quel momento non sussistevano gli estremi per richiedere maggiori informazioni: il rilascio del permesso era stato corretto”. Inoltre, dal 2023, a seguito dell’inizio delle verifiche di polizia, Coira ha detto di non aver voluto interferire con l’indagine.Il direttore del Dipartimento di giustizia e sicurezza dei Grigioni, Peter Peyer RSILe domande aperte rimangono molte. Chi ha seguito le procedure dell’ufficio migrazione? Come mai non sono state fatte verifiche maggiori anche in seguito alla segnalazione ticinese del 2022? Anche se Coira ha detto di non aver voluto intervenire dal 2023, perché per un oltre anno che poteva, il Cantone non ha fatto nulla? Le autorità grigionesi, in primis il Consigliere di Stato Peter Peyer si sono sempre difese che tutto è stato fatto secondo le regole.Una postilla, infine. Stando a nostre informazioni, il cinquantatreenne avrebbe presentato a Coira anche una richiesta di un permesso C. Ma dall’ufficio migrazione le bocche rimangono cucite. A bloccare tutto poi sarebbe stato l’arresto del 23 febbraio scorso.Decio Cavallini, vicesindaco di RoveredoRSILe reazioni politichePerché i Grigioni, però, non hanno voluto - a seguito del clamore del caso - introdurre come il Ticino la richiesta del casellario giudiziale per i permessi B ma si sono limitati all’autocertificazione? Raggiungiamo il direttore del Dipartimento di giustizia e sicurezza dei Grigioni, Peter Peyer che inizialmente non voleva concederci un’intervista, durante una seduta in Gran Consiglio. “Lo abbiamo detto tante volte: questa pratica non è in linea con l’accordo sulla libera circolazione delle persone”, ci ribadisce Peyer.
Operazione antimafia a Roveredo: l’inchiesta si allarga - RSI
Inchiesta antimafia a Roveredo: sei indagati con permesso B tra Svizzera, Italia e Francia. Falò ricostruisce identità, permessi e società coinvolte nel riciclaggio.







