Di: Mattia Pacella Nel frattempo, la Polizia federale lancia l’allarme sulla carenza di comunicazione tra le polizie svizzere a differenti livelli e sull’importanza per i membri della criminalità organizzata straniera di ottenere dei permessi di soggiorno in Svizzera. La RSI ha intervistato Berina Repesa portavoce di Fedpol.L’operazione antidroga internazionale che lo scorso 23 febbraio ha smantellato un gruppo di persone a Roveredo nasce da una segnalazione e poi da verifiche interne vostre dell’MROS, (l’ufficcio antiriciclaggio della Fedpol). Ci può dire di più dell’origine dell’inchiesta?Purtroppo, al momento possiamo esprimerci solo in modo limitato al riguardo. È in corso un procedimento penale. Ciò significa che il Ministero pubblico della Confederazione è coinvolto nella vicenda. Quello che posso dire è che al centro di queste indagini c’era l’approccio «follow the money», «segui i soldi». Monitorare e analizzare i flussi di denaro è sempre uno strumento fondamentale nella lotta contro la criminalità organizzata.

Un caso che però ha dimostrato la facilità di ottenere un permesso di soggiorno in Svizzera nonostante il canton Ticino avesse lanciato dei segnali, cosa non ha funzionato?Credo che, in linea di principio, sia importante sottolineare che Roveredo non è di per sé un caso isolato. Ricordiamo Flor Bressers, un belga che era uno dei criminali più ricercati d’Europa. Viveva sotto falso nome nei più lussuosi hotel di Zurigo, si è procurato con l’inganno un permesso di lavoro e di soggiorno e ha così potuto svolgere la propria attività commerciale qui in Svizzera. Ciò significa che Roveredo sicuramente non sarà l’ultimo caso di questo tipo. In linea di principio, questi permessi di soggiorno e di lavoro sono estremamente importanti per la criminalità organizzata. Consentono il passaggio dall’illegalità alla legalità, e questo è fondamentale per le reti criminali, poiché solo così possono riciclare in modo pulito i fondi e i proventi illegali, all’interno del sistema economico legale.