Un piano concordato tra Usa e Israele per ridisegnare i vertici in Iran dopo l’azzeramento del regime al potere. E il nome scelto come futuro interlocutore era quello di Mahmoud Ahmadinejad, l’ex presidente iraniano noto per le sue posizioni intransigenti, anti-israeliane e anti-americane. Una scelta surreale, quindi, da parte di Washington e Tel Aviv. La ricostruzione arriva dalle colonne del New York Times: pochi giorni dopo che gli attacchi israeliani avevano ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e altri alti funzionari del regime, il presidente Donald Trump ipotizzò pubblicamente che sarebbe stato meglio se “qualcuno dall’interno” dell’Iran avesse preso il potere.

Ma l’audace piano, elaborato dagli israeliani e sul quale Ahmadinejad era stato consultato, fallì rapidamente, secondo quanto riferito da funzionari americani che ne erano a conoscenza. Ahmadinejad rimase ferito il primo giorno di guerra da un attacco israeliano alla sua casa di Teheran, che era stato pensato per liberarlo dagli arresti domiciliari, hanno affermato funzionari Usa e un collaboratore di Ahmadinejad. Sopravvisse all’attacco, ma dopo lo scampato pericolo si disilluse sul cambio di regime.

Affermare che la scelta di Ahmadinejad fosse insolita sarebbe un eufemismo. Malgrado si fosse scontrato sempre più spesso con i leader del regime e fosse stato posto sotto stretta sorveglianza dalle autorità iraniane, durante il suo mandato presidenziale, dal 2005 al 2013, era noto per i suoi appelli a “cancellare Israele dalla mappa”. Era un convinto sostenitore del programma nucleare iraniano, un acceso critico degli Usa e noto per la sua violenta repressione del dissenso interno.