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Maria Teresa Meli

Il leader di Azione dopo l'ultimo faccia a faccia a Palazzo Chigi: «Il mio partito fa proposte, qualche risultato c'è». L'attrito sulla legge elettorale: «Creerà due alleanze infettate dal putinismo»

C’è un uomo a Roma che Elly Schlein avrebbe voluto, che Giorgia Meloni corteggia e che alla fine andrà da solo. Si sta parlando di Carlo Calenda, il leader di Azione, allergico ai matrimoni politici combinati. Con la segretaria del Partito democratico i rapporti sono congelati. L’ultima conversazione a tu per tu risale a prima delle Regionali, quando i due si sedettero a un tavolo per tentare un accordo. Peccato che Schlein, raccontano dalle parti di Azione, avesse portato con sé un piccolo allegato alle condizioni: facciamo un accordo, ma tu mi sosterrai alla guida del Campo largo? Risposta di Calenda: non ti sostengo, se vuoi parliamo delle Regionali. Da lì, guerra aperta. Guerra nelle elezioni locali, guerra dei comunicati e, dettaglio non trascurabile, niente invito all’ultima Festa dell’Unità per il leader di Azione.

Ben diversi i rapporti con la presidente del Consiglio. I due si sentono spesso, si sono visti (l’ultima volta l’altroieri), parlano di automotive, costo dell’energia, situazione internazionale ed europea. Lunedì l’ex ministro dello Sviluppo economico, da tempo favorevole al nucleare, ha detto a Meloni che su quel fronte la appoggerà. Di lui si vocifera che andrà con la maggioranza, che farà il candidato sindaco di Roma del centrodestra... Non è vero. Calenda lo chiarisce: la premier sa che non andrò con loro e sa anche che non la attacco sul piano personale. Un rapporto, insomma, fondato sulla stima reciproca e su un meccanismo collaudato: Azione propone, il governo ascolta e nel migliore dei casi — diciamo 10 volte su 100 — qualcosa si realizza davvero. Decreto energia, nucleare, iperammortamento. «Qualche risultato concreto per le imprese c’è stato», osserva Calenda.