Presentata l'edizione 2027 della rassegna che sarà curata da Wang Shu e Lu Wenyu
Segui Il Giornale su Google Discover
Scegli Il Giornale come fonte preferita
Per la prima volta la Biennale di Venezia parla cinese. Nelle stesse ore in cui Putin volava a Pechino per incontrare il premier Xi, a Ca' Giustinian, quartier generale della Fondazione La Biennale, si compiva un'operazione di diplomazia culturale fatta di simboli e sostanza, di cui il presidente Pietrangelo Buttafuoco è parso particolarmente orgoglioso. In una giornata lattiginosa, occupata in Serenissima anche dal dibattito sulle imminenti elezioni (si vota per il sindaco domenica e lunedì), i curatori della 20esima Mostra Internazionale di Architettura, gli architetti cinesi Wang Shu e Lu Wenyu, hanno annunciato titolo e tema della Biennale Architettura 2027, che si svolgerà dall'8 maggio al 21 novembre del prossimo anno ai Giardini, all'Arsenale e in vari luoghi di Venezia: Do Architecture La possibilità di coesistenza nella realtà reale. Wang Shu e Lu Wenyu sono i primi cinesi chiamati alla curatela, e per di più in un anniversario tondo, il ventesimo, che celebra quel 1980 in cui, per la prima volta, la Biennale Architettura si rendeva autonoma dal resto della manifestazione: lo faceva con la direzione di Paolo Portoghesi (1931-2023), che Buttafuoco non ha mancato di ringraziare "per il segno che ha lasciato e anche per la costruzione della Grande Moschea di Roma".Emozionati il giusto, hanno parlato Wang Shu e Lu Wenyu, che non sono solo soci ma anche marito e moglie e a giudicare da piccoli dettagli come la mano di lei posata un attimo sul braccio di lui, gli sguardi seri ma complici ben assortiti. Presentano nella loro lingua madre un progetto che insiste sul concetto del fare più che del discettare di architettura. Di cose fatte, del resto, loro ne hanno parecchie sul curriculum: fondatori dell'Amateur Architecture Studio (nato trent'anni fa, nel 1997, nel pieno del boom del Dragone), hanno creato il Dipartimento di Architettura alla China Academy of Art, introducendo un modello educativo basato sul lavoro manuale e sullo studio dei giardini cinesi, e firmato numerosi progetti tra cui il Museo Storico di Ningbo e il Campus Xiangshan della China Academy of Art, selezionato dal New York Times tra le opere più significative del Dopoguerra. Wang Shu, tra le altre cose, è stato anche il primo architetto cinese a vincere, nel 2012, il Pritzker Prize, che è un po' il Nobel dell'Architettura, ed è membro dell'Académie d'Architecture di Francia. Già invitati alla Biennale Architettura nel 2006, nel Padiglione Cina, a quella del 2010 di Kazuyo Sejima (dove hanno ricevuto una menzione speciale) e a quella del 2016 curata da Alejandro Aravena, dicono oggi: "Per affrontare la crisi in atto è necessario un concetto di architettura più semplice e autentico, capace di superare le astrazioni per arrivare direttamente alla realtà attraverso la sperimentalità". In un discorso appassionato, dopo aver denunciato "l'urbanizzazione inarrestabile che distrugge non solo l'ambiente, ma anche il patrimonio culturale di città e villaggi", si sono concentrati su alcuni punti chiave della loro futura Biennale (appuntamento tra un anno esatto per l'elenco dei partecipanti e i dettagli): oltre alla filosofia del fare di cui si diceva, l'uso di materiali di recupero e di tradizioni locali per promuovere uno sviluppo sostenibile e un'architettura lontana dalla mera decorazione, la necessità di far convivere la tecnologia (Intelligenza artificiale inclusa) con la dimensione artigianale. E poi l'attenzione all'educazione dei giovani e l'idea di considerare Venezia "non una scenografia, ma un campo d'action per interventi costruttivi".










