«Il messaggio è chiaro, il mio è un film pacifista che si oppone alla guerra scatenata contro l’Ucraina dal regime di Putin. Questa critica si manifesta però fra le righe, nelle immagini» dice Andreï Zvjagincev parlando di Minotaur, presentato ieri in concorso, che arriva nove anni dopo Loveless (2017), premiato a Cannes come diversi film precedenti del regista russo che si è affermato col suo suo esordio, Il ritorno (2003), Leone d’oro a Venezia. Nel frattempo una grave forma di covid l’ha mandato in coma e afasia, e ha lasciato la Russia – oggi vive in Francia – per le critiche espresse sulla guerra in Ucraina. È dunque il suo primo film dell’esilio Minotaur anche se si ambienta in Russia (è stato girato in Lettonia), in una cittadina di provincia nel 2022, quando il conflitto ucraino è appena iniziato, e restituisce quel cinismo di un potere che nutre se stesso modellando la realtà alle sue regole attraversato dalla necessità di una presa di parola che però Zvjagincev lascia appunto sotto traccia. Della guerra come di Putin non si parla direttamente, ci sono tracce, suggestioni nel paesaggio, una “Z” su un automobile – il simbolo della propaganda bellica russa, divenuto poi anche il marchio impresso sulle abitazioni chi criticava l’invasione dell’Ucraina.