La mattina in cui gli scontri hanno ripreso forza Orpheline si stava preparando per andare a messa con il marito e le due figlie. Da qualche giorno le strade del quartiere di Terre Noir a Cité Soleil, la più grande comune sulla costa di Port-au-Prince, groviglio di plastica e fango da anni teatro di conquista per alcune tra le gang più feroci della capitale haitiana, si erano fatte più brulicanti del solito, con un via-vai intenso di suv scuri e uomini armati.

NIENTE DI SORPRENDENTE in una città nella città che dal terremoto del 2010 è divenuta campo di accoglienza informale per più di 300mila persone, un tappeto sconfinato di tetti in lamiera a due passi dal mare interamente sotto il controllo delle bande armate. Poi la domenica del 10 maggio le sventagliate di M-16, ritmiche, pesanti, diffuse, hanno fugato ogni dubbio.

Orpheline e la sua famiglia, con i vestiti buoni della chiesa ancora addosso, hanno sprangato le porte di casa e da lì non si sono più mossi. Uno sguardo alle riserve di cibo prima di cominciare il lavoro per razionare quanto in dispensa nell’incertezza su cosa sarebbe successo nei giorni a venire. Qualche messaggio alle persone più vicine e un’e-mail di poche righe alla direzione del centro di salute dove lavora come nutrizionista per avvisare che la situazione a Cité si è fatta di nuovo difficile. Al centro, la paura che questa volta gli scontri possano durare più di quelli di marzo e aprile scorso.