Firenze, 20 maggio 2026 – Le mani lente a sposare piano l’acqua con la farina, l’impasto poi da massaggiare, il profumo antico del pomodoro incrinato appena dall’aglio. Una catarsi breve, un’ora e spiccioli, quella di Sara Funaro – in quella che sembra una capsula protettiva, la cucina dell’Orto San Frediano – per staccare un po’ da quella città là fuori – cervellotica, ingolfata, con un tessuto sociale in disgregazione e un turismo che ’mastica a sputa’, per dirlo alla De Andrè, tutto e voracemente, e che lei governa dal giugno del’24 ma che forse, prima di candidarsi, pensava sì certo fosse un bel toro da rodeo, ma magari più semplice da cavalcare e domare.
In cucina con la sindaca Sara Funaro
La sindaca, incalzata dalle domande capocronista de La Nazione di Firenze Erika Pontini, anche lei impegnata con la preparazione dei pici all’aglione, si racconta, accortissima nel non fare quasi mai capolino fuori dal perimetro istituzionale salvo quando dice la sua sull’immigrazione incontrollata di cui la città sconta grane sulla pelle viva (“Le persone con disagi psichici irregolari che non finiscono nei Cpr sono un problema perché stanno per strada, servono investimenti sul fronte sanitario” anche se “i Cpr così strutturati non funzionano” e il tema vero è “che se non lavori sugli accordi bilaterali seri i centri non si svuotano”) ma più incline a svelarsi privatamente.






