di Serena Poli
Il contrasto tra la sicumera del pre-referendum e il piagnisteo del post-referendum ci segnala l’esaurimento dei bonus propaganda e la necessità di fare i conti con la cruda realtà.
Prima del voto, la narrazione era quella di un paese tipo il Bengodi: tutto bellissimo, tutto quasi stucchevolmente perfetto; eppure molti non se n’erano proprio accorti, forse distratti da una squadra di governo a dir poco imbarazzante, composta da ministri presi a barcamenarsi tra scandali sessuali e ristoranti in società con prestanome della mafia. Ma la risposta è sempre stata l’assoluzione d’ufficio o la minimizzazione. Per il flop dei centri in Albania, la colpa è stata della magistratura cattiva. Quando Trump, su ordine di Netanyahu, ha scatenato una guerra a pochi giorni dalle scellerate esternazioni sul Nobel per la pace, il nostro Presidente del Consiglio continuava a rivendicare la sua centralità internazionale (fino alla difesa del Pontefice, che le è costata il licenziamento).
Poi è arrivata la bocciatura della riforma della magistratura (chiamarla riforma della giustizia sarebbe un insulto all’intelligenza). Nessuna assunzione di responsabilità, cadono teste come se piovesse, ma non una parola di autocritica; per il povero premier incompreso, sono gli italiani ad aver perso un’occasione: forse gli stessi che non si erano accorti del Bengodi.






