La separazione tra scienza e arte non è solo artificiale: è uno dei grandi limiti culturali del nostro tempo. In un’epoca segnata dalla crisi climatica e dalla perdita di biodiversità, per salvaguardare gli ecosistemi dalla forza distruttrice dell’azione umana, non basta produrre dati o modelli matematici. Occorre anche trovare nuovi linguaggi per trasformare la conoscenza in consapevolezza condivisa. A spiegarlo è l’ecologa teorica e poetessa canadese di origini indiane Madhur Anand della Scuola di scienze ambientali della Università di Guelph in Canada. È intervenuta a Trieste, protagonista della giornata conclusiva di “Scienza e Virgola”, il festival della scienza organizzato dalla SISSA e promosso con il Centro Internazionale di Fisica Teorica Abdus Salam Ictp per celebrare il centenario di Abdus Salam, fisico, Premio Nobel e suo fondatore, che sognava una scienza senza confini. “Nelle nostre società - ci spiega Anand – arte e scienza sono spesso così distanti che chi lavora in questi ambiti finisce per parlare lingue diverse”. È qui che, secondo lei, entra in gioco il ruolo decisivo delle “humanities” e della scrittura creativa: “Abbiamo bisogno di persone che lavorino su quei confini di traduzione”. Anand racconta di aver imparato molto proprio dall’immersione, esattamente come accade per le lingue, in mondi apparentemente lontani. E incita gli altri a fare lo stesso: “Se sei uno scienziato, vai a leggere poeti e romanzieri. Se sei un poeta, ascolta gli scienziati e leggi i loro articoli. Non bisogna avere timore”. Perché le crisi ambientali – aggiunge – sono al centro della nostra esistenza e della nostra identità umana”. Ecologa teorica, specializzata nello studio dei sistemi complessi e della risposta degli ecosistemi al cambiamento climatico, la scienziata ha iniziato a scrivere poesia durante gli ultimi anni del dottorato, dedicato alla modellizzazione teorica degli ecosistemi. E oggi vede una parentela profonda tra creatività scientifica e artistica. “Nella scienza cerchiamo continuamente nuove strutture per descrivere e comprendere la complessità del mondo - afferma -. Nell’arte, in fondo, accade la stessa cosa”. Negli anni, il rapporto tra le sue due anime, scientifica e letteraria, è diventato sempre più osmotico. All’inizio, racconta, era la formazione scientifica a influenzare la scrittura. Poi il processo si è invertito. “Oggi mi capita di trovare nuove idee scientifiche lavorando su poesie o testi creativi”. Un esempio nasce dal suo secondo libro di poesie, "Parasitic Oscillations”. Durante la scrittura Anand iniziò a studiare la modellizzazione matematica del canto degli uccelli. Quei modelli - spiega - le offrirono intuizioni inattese sui cosiddetti “tipping points” negli ecosistemi, i punti critici oltre i quali un sistema naturale cambia improvvisamente stato. “Il flusso attraverso il mio corpo calloso ormai va in entrambe le direzioni - dice con ironia – e mi permette di trovare nuovi modi di pensare e di agire”. La contrapposizione tra arte e scienza è una “falsa dicotomia”, che è però ancora profondamente radicata nelle istituzioni e nella società. I suoi studenti di scienze, racconta, spesso non trovano spazi in cui esprimere in modo integrato i propri valori e le proprie preoccupazioni ambientali. “Credo che abbiamo bisogno di un nuovo Rinascimento – sostiene –, capace di dissolvere strutture che non servono più alla grande maggioranza degli esseri umani”. In questa visione anche la bellezza assume un ruolo centrale. Non soltanto la bellezza artistica o naturale, ma anche quella intellettuale: la bellezza di un’equazione matematica, di una teoria scientifica, di una struttura nascosta nella realtà. “Prendo la bellezza molto sul serio - dice -. Posso trovarla quasi ovunque: nella natura, nell’arte, nelle equazioni matematiche e persino in cose terribili, come la morte”. Ma, accanto alla bellezza, Anand indica un’altra facoltà essenziale e spesso trascurata: la curiosità. “È una lente su cui troppo spesso dimentichiamo di mettere a fuoco”. Nel suo percorso personale e professionale un’influenza importante è stata quella di Abdus Salam, il primo Premio Nobel pakistano. Anand arrivò all’Ictp di Trieste nel 1997, pochi mesi dopo aver discusso la tesi di dottorato e poco dopo la morte di Salam. Lì approfondì i modelli teorici applicati ai sistemi ecologici complessi e trovò un ambiente “estremamente interdisciplinare e accogliente”, particolarmente attento anche al sostegno delle donne nella scienza. L’esperienza ebbe per lei anche un valore identitario. I suoi genitori erano nati nel Punjab, la stessa regione in cui era cresciuto Salam, oggi parte del Pakistan. Nel 1947, durante quella che passo alla storia come la Partizione del Punjab [tra India e Pakistan], furono costretti a lasciare le loro case prima di emigrare in Canada. Suo padre, appassionato di fisica, aveva sognato di diventare fisico teorico, ma dovette rinunciare per mantenere la famiglia. “In un certo senso - racconta Anand – quel sogno è stato trasferito a me”. Un’eredità che attraversa anche la sua scrittura. Anand ricorda con ammirazione una frase di Salam, secondo cui “il pensiero scientifico è un patrimonio comune dell’umanità”: “È qualcosa in cui credo profondamente anch’io - conclude -, tanto da farlo entrare nella mia poesia”.
“Ora inauguriamo un Rinascimento tra arte e scienza”
L’ecologa e poetessa Madhur Anand all’evento “Scienza e Virgola”: lavoriamo ai confini di saperi che solo apparentemente sono estranei per creare una consapevo…










