Vedere Luciano Spalletti che con gli occhi lucidi sembra quasi dover difendere non se stesso ma la società Juventus da colpe che sono ben lontane da essere solo e semplicemente sue è una delle immagini più amare ed eloquenti della drammatica sconfitta di ieri contro la Fiorentina.Siamo chiari, non è stata solo una battuta d’arresto: non è stata semplicemente una banale partita di calcio persa, e persa male. È stata un tracollo, totale e definitivo. Una resa senza sconti e senza scuse di fronte alla quale tutti hanno responsabilità più o meno evidenti. Anche se quelle più pesanti stanno, come si dice di solito, nel manico. Che non è quello di Spalletti: e forse nemmeno in alcuni dei giocatori. Anche se chi era abituato a Buffon e Szczesny non può pensare a Di Gregorio come a un upgrade. E chi ha visto non dico Baggio, Platini e Scirea ma quanto meno Di Livio, Torricelli, Tacchinardi, Conte o Montero - gente che usciva dal campo incazzata e motivata anche quando vinceva - non può tollerare partite insignificanti come quella di ieri.C'era una volta lo Stile JuventusI tifosi bianconeri lo evocano ancora, con quella devozione un po' stanca di chi sa di stare difendendo qualcosa che non esiste più. Lo Stile Juventus: la vittoria come abitudine, la sofferenza come metodo, la superiorità come dato di fatto. Bene. Oggi quello stile è un PowerPoint aziendale che nessuno apre più, un logo su una maglietta da vedere all’outlet di fine stagione che copre una squadra incapace di battere la Fiorentina in casa quando ne va dell’intero campionato. Zero a due. Con la difesa che regala il primo gol come fosse un omaggio di benvenuto, davvero sciagurato il tentativo di parata di Di Gregorio, e Koopmeiners - pagato come un fuoriclasse, ma per rendimento al di sotto di una riserva del Cagliari - a dimenticarsi di marcare Ndour, ventunenne da un milione di euro lordo all’anno alla prima da titolare nella partita più importante dell'anno. Benvenuti nella Juventus del 2026. O meglio: bentornati. Perché questo non è un incidente. È diventata la norma.La sconfitta contro la Fiorentina non va letta come una serata storta. Va letta come la fotografia perfetta di un club che ha smarrito tutto: identità, direzione, credibilità e, soprattutto, la capacità di fare paura. E ora, a coronamento di una stagione da dimenticare ma che purtroppo sarà impossibile dimenticare, arriva il derby contro il Torino. Una partita che porta le streghe ai bordi del campo: e non per quello che possa succedere sugli spalti o fuori, ma per quello che rappresenta: la chiusura simbolica di un anno fallimentare, il sigillo su una stagione che ha detto tutto quello che c'era da dire su questa Juventus ma soprattutto e su chi (NON) la governa. Perdere questo derby, in questo momento, non sarebbe una sconfitta nella sconfitta. Sarebbe una lapide. La tempesta perfettaPartiamo dall'alto… Perché è sempre dall'alto che si vede tutto molto meglio. John Elkann ha dimostrato in questi anni un talento raro: ha monetizzato un mare di denaro valorizzando in termini personali un impero per portarlo bellamente fuori e lontano dalle sue radici storiche. Non mi azzardo a parlare di economia, anche se chi ne capisce - soprattutto all’estero - lo leggo anche io.Alla Juve ha espresso il talento non comune di scegliere sistematicamente le persone sbagliate. Tutte. Non ne ha azzeccata una.È una sequenza che fa quasi ridere, se non facesse piangere. Arrivabene, Paratici - quello che comprò De Ligt per 90 milioni (tra cartellino e oneri accessori) e Vlahovic per 85 (sempre tutto compreso). Poi Scanavino, tifoso del Torino piazzato a fare l'uomo dei conti in casa bianconera, quindi Giuntoli, che non fece la campagna acquisti per delegittimare Allegri che secondo lui non era adatto. Meglio “l’uomo che doveva risolvere tutto”, Thiago Motta, che spese oltre cento milioni per tre centrocampisti considerati tra i peggiori investimenti di sempre del club. E infine Tudor, chiamato a operare il paziente a cuore aperto armato di… niente. E infine, come se non bastasse, Comolli. Damien Comolli, l'uomo degli algoritmi, arrivato dalla Francia con il suo bagaglio di analisi predittive per comprare attaccanti che fanno rimpiangere Pacione, Zavarov e Briaschi. Sei allenatori in cinque anni. Sei. Una media che non ha eguali tra i club che si credono grandi.Comolli ha pareggiato Giuntoli nell'arte del fallimento, cosa non facile. Ha sbagliato almeno un allenatore su due - e la storia di questa stagione con Spalletti è lì a dimostrarlo - ha costruito una rosa senza carattere, senza gerarchia, senza anima. Il direttore tecnico François Modesto, arrivato a luglio, non ha lasciato traccia riconoscibile. La dirigenza, nel complesso, ha fatto una cosa sola con coerenza: non proteggere chi lavorava sotto di lei. Né l'allenatore, né i giocatori, né tantomeno i tifosi. “Vai avanti tu…” sembrano dire a turno. E Spalletti davanti alle telecamere con gli occhi lucidi - poveretto - ci va. E che dovrebbe dire? Che a lui l’algoritmo gli sta sulle palle?L’allenatore bersaglioDunque arriviamo a Spalletti. Che è il bersaglio più comodo, e per questo il meno interessante su cui sparare a zero e incolpare di tutto. Certo, ha i suoi limiti: comunicazione spigolosa, letture tattiche a volte sbagliate, una difficoltà evidente a gestire la fragilità emotiva di un gruppo che non è mai diventato davvero un gruppo. Ma il problema di Spalletti non è Spalletti: uno che ha saputo vincere bene in piazze che non sapevano vincere. E che ha cicatrizzato piccole tragedie sportive (una retrocessione con la Sampdoria, il fallimento in Nazionale), mettendoci la faccia.Spalletti, visto che si parla di imperi automobilistici, aveva una Duna. E gli hanno chiesto di fare la Dakar: tanti auguri. È stato presentato come l'uomo della svolta e poi lasciato solo a spiegare le sconfitte davanti ai microfoni. Nella Juventus di oggi, l'allenatore non è una risorsa da difendere: è il primo nome da sacrificare quando le cose non vanno. Funziona sempre così, sarà sempre così. Lo pagano tanto per quello.Quanto a chi giocaIl caso di Locatelli e Yildiz dice molto di più di quanto sembri. Entrambi hanno firmato e ufficializzato rinnovi lunghi e importanti. Entrambi, in questa fase finale di stagione non hanno saputo fare la differenza. Non è detto che sia un calcolo esplicito, non voglio nemmeno pensarlo: ma il segnale che manda uno spogliatoio in cui i giocatori non riescono più a esprimersi come gruppo è che falliscono come individui. Lo Stile Juventus, quello vero, era fatto di gente che si faceva male pur di vincere. Quello di oggi è fatto di gente che si preserva in vista del futuro. C'è differenza.La sensazione è che nella Juventus qualsiasi giocatore stia semplicemente pensando a se stesso e al minor male (personale) possibile. Koopmeiners che oggi viene proposto alla metà del suo valore di mercato di tre anni fa, ma si potrebbe dire di Bremer - asse sacrificabile per un mercato dignitoso - o Vlahovic, che andrebbe via a parametro zero, probabilmente in questo momento stanno pensando a come rendere il meno drammatico possibile il momento della stagione: non della Juve, ma il loro. Economicamente parlando.Il contoLa mancata qualificazione alla Champions vale oltre tra i 60 e i 70 milioni di mancati ricavi, tra bonus partecipazione, sponsor e botteghino europeo. In sei anni il club ha speso circa 875 milioni sul mercato. Risultato: una squadra che non batte la Fiorentina in casa quando deve farlo e guarda al Torino come al PSG. Ogni stagione fallita non si chiude a maggio: si trascina dietro quella successiva come un debito. E la Juventus lo ripete da anni, con la stessa liturgia - nuova dirigenza, nuovo allenatore, nuovo inizio - senza imparare mai niente da nessuno."¡Hacha, Toro!"Domenica c'è il Torino. Perdere questo derby, in questo stato, sarebbe il manifesto definitivo della deriva bianconera. Non una sconfitta sportiva: la certificazione che questo club ha smesso di essere un'idea e si è ridotto a una somma di fallimenti. Lo Stile Juventus. Fa quasi tenerezza, sentirlo invocare ancora.Ma lo stile è anche nei conti. Che sono fogli excel e non brand da sparare su una grafica. La Juventus ha già chiuso esercizi in perdita pesante negli ultimi anni, con numeri da capogiro alimentati anche dalla dipendenza dai ricavi Champions. E ora si appresta a ricominciare il prossimo ciclo - ammesso che trovi un allenatore, una dirigenza e un progetto - con meno soldi, meno credibilità e meno potere contrattuale.Ogni presunta rifondazione ha aperto una voragine di tre, quattro stagioni prima che i risultati tornassero a essere decenti. Questa rifondazione, quella di Comolli e soci, sembra seguire lo stesso copione. Anzi: è peggio, perché questa volta il contesto non aiuta neanche. La Serie A 2025/26 è un campionato mediocre, tecnicamente inferiore ai grandi tornei europei, e la Juventus non riesce non a dominarlo. Ma a non essere nemmeno nelle prime quattro.Se non riesci a fare la voce grossa in un campionato così, il problema non è esterno. È dentro le mura dello Juventus Stadium, dentro gli uffici della dirigenza, dentro uno spogliatoio che ha smesso di credere a qualcosa.Dalla parte dei tifosiI tifosi lo sanno. Lo dicono chiaro, sui social, negli stadi, nelle conversazioni da bar che sono la vera temperatura di un club. Non c'è più quella superiorità silenziosa, quella certezza di fondo che rendeva il tifoso juventino impermeabile alle critiche. Oggi i commenti ai post bianconeri sono un campionario di disperazione: “Mandateli a zappare tutti”, “chiudete tutto”, “non meritate la maglia”.Non è lo sfogo da sconfitta episodica. È qualcosa che si è incrinato nel rapporto tra questa squadra e la sua gente. La Juventus ha sempre polarizzato: o la ami o la odi, e in entrambi i casi non puoi ignorarla. Oggi c'è una terza opzione che non era mai esistita: puoi anche iniziare a non considerarla più. Puoi andare al lago, al mare: persino a vedere i dilettanti.Il Torino ha l’impagabile sogno di rendere l’incubo ancora peggiore con una giornata che diventerebbe da incubo per gli anni a venire.E il bello - si fa per dire - è che non c'è nemmeno una soluzione chiara all'orizzonte. Spalletti con pieni poteri? Solo se la società decide di smettere di trattarlo come un parafulmine usa e getta. Conte? Sarebbe la terapia d'urto, lo shock necessario, ma imporrebbe un'altra ristrutturazione totale in un club che di ristrutturazioni ne ha già troppe nel curriculum. Un altro nome nuovo? L'ennesima illusione, destinata a essere inghiottita dallo stesso ambiente che ha già consumato sei allenatori in cinque anni senza imparare niente da nessuno.La verità, quella che nessuno in casa Juventus ha il coraggio di dire ad alta voce, è semplice e brutale: il problema non è l'allenatore. Non è il singolo giocatore. Non è la sconfitta con la Fiorentina. Il problema è che la Juventus ha smesso di essere un'idea. È diventata una somma di fallimenti, di soldi spesi male, di scelte sbagliate accumulate una sull'altra come strati di vernice su un muro che sta cedendo. E quando un club così smette di coincidere con l'immagine che ha costruito di sé in decenni di storia, non siamo più davanti a una crisi di risultati. Siamo davanti a qualcosa di più profondo e più difficile da guarire.La Juventus è un cumulo di cariche altisonanti costosissime che giustificano un ruolo e una sigla a dirigenti che oggi non dovrebbero avere un lavoro, un ufficio, uno stipendio e forse dovrebbero essere in coda, come migliaia di dipendenti dimenticati, davanti a un’agenzia interinale.
La Juve che si vergogna di sé stessa
Vedere Luciano Spalletti che con gli occhi lucidi sembra quasi dover difendere non se stesso ma la società Juventus da colpe che...









