Come ripartire razionalmente fra stato e utenti i costi di investimento nelle infrastrutture di trasporto? Si dovrebbe adottare una visione unitaria della tariffazione. In un paese indebitato, va tenuto conto di quanto l’opera pesa sulle casse pubbliche.
La situazione attuale
Le regole attuali per il finanziamento delle infrastrutture di trasporto sono, a dirlo benevolmente, prive di ogni razionalità economica. Si va da tariffe dove gli utenti pagano solo i costi d’uso (le ferrovie) a casi dove pagano tutto (uso e investimento, come per le autostrade), a casi in cui pagano una parte (molto variabile) come per porti e aeroporti, in cui lo stato si è accollato una quota dei costi di investimento.
Poi c’è la viabilità ordinaria, dove gli utenti. pagano molto di più dei costi sia d’uso che di investimento: le entrate fiscali di settore sono pari a 75 miliardi (56 al netto dell’Iva) per una spesa pubblica inferiore a 20. Una quota di queste tasse “internalizza” i costi ambientali, non si sa quanto, ma certo una grande parte, come confermano studi specifici sia del Fmi che dell’Oecd.
Se appare evidente l’assenza di ogni razionalità complessiva, se ne può intravedere una distorta: la tariffazione è determinata dall’obiettivo di “fare cassa” e non da quello di massimizzare i benefici sociali generati dalle infrastrutture. Per esempio, se i costi di investimento delle linee di alta velocità fossero stati fatti pagare agli utenti, la domanda sarebbe crollata, mentre gli utenti delle autostrade coprono senza difficoltà anche i costi di investimento, oltre a quelli di manutenzione.








