Perché le verità ci angosciano? Perché spesso si preferisce mentire? Perché – asserisce Galimberti in una recente intervista – è più facile raccontarsi le bugie che dirsi il vero. Da qui e con uno sguardo rivolto a filosofi e filosofe del passato, penso ora a Kant, a Nietzsche, Arendt, la menzogna è stata oggetto di analisi e discussione, «forma» dell’essere umano, mentre la verità costituisce il fil rouge dell’esistenza: la ricerca del pensiero. Il filosofo è alla ricerca costante di verità, di conoscenza. Questo è il «fine», la «meta», di contro diviene un «mezzo» per chi svolge indagini e deve scovare i colpevoli.

Ma, cerchiamo di ‘togliere le pieghe’, ‘s-chiarire’ il pensiero ed evitare che l’intelletto sia artefice di finzioni. Che cos’è dunque la verità se non «un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane», che, secondo Nietzsche, si nascondono dietro una «maschera»?

La verità o meglio le verità che risiedono nella nostra coscienza sono da salvaguardare, come dei «segreti» necessari per proteggersi e incentivare le relazioni, soprattutto affettive per le quali la non conoscenza porta al desiderio di amare quella persona, all’idea di scoprirla. Svelare però le verità in sé è necessario per vivere bene con sé stessi, per conoscersi, per riconoscere i propri limiti. Talvolta risulta un gioco ammaliante delle relazioni sociali attrattivo il segreto come la natura misterica: di gran lunga differente dall’essere menzognero o servirsi di menzogne per mascherare verità o per ottenere vantaggi, o di dimostrarsi nell’ambiguità, o ancora manifestarsi disponibile al fenomeno della «corruzione».