19 maggioDieci anni dopo la morte, il ricordo di un leader radicale che ha segnato la politica italiana con le sue battaglie per i diritti civili, la lotta contro la partitocrazia e il suo impegno per un’economia più libera: un podcast per raccontare un uomo che ha saputo unire posizioni apparentemente opposte, con alleanze di ogni tipo, e che ha lasciato un’eredità ancora difficile da colmaredi Daniele Bellasio19 maggio 2026Dieci anni fa oggi - 19 maggio - moriva Marco Pannella, leader radicale, e con lui morivano tante cose della politica italiana, e soprattutto del mondo radicale. Perché Pannella è stato davvero tante cose nella politica italiana e tutte nel mondo radicale. E’ stato a sinistra sui diritti e a destra sull’economia. Così con la sua morte ha lasciato dietro di sé, nel nostro Paese, un vuoto ancora da colmare in questo senso, cioè una mancanza forte nella capacità di sintesi efficace e duratura, vincente o quanto meno convincente, di un leader o di una moderna forza politica con una simile vocazione liberale - diritti civili più libero mercato - e una viva predisposizione al metodo nonviolento.E’ stato appunto il leader delle battaglie per i diritti civili, l’inventore della politica spettacolo: ve lo ricordate duettare con un finto Giovanni Spadolini (Gianfranco D’Angelo) al Drive in? E i fantasmi a Tribuna politica? Erano lenzuoli, sotto c’erano loro, i tre o quattro della pattuglia pannelliana. Perché Pannella, per molti, è stato il matto che Mario Ferrara cercava per i liberali scrivendo sul Mondo di Mario Pannunzio, è stato il trascinatore di masse referendarie e il raccoglitore di poco e virgola alle elezioni politiche. Fu il grande elettore di Oscar Luigi Scalfaro al Quirinale e poi il suo grande accusatore. Antifascista, andava al dibattito in Rai con il leader del Movimento sociale, Giorgio Almirante. In splendida solitudine. Anticomunista, andava a raccogliere contumelie al Congresso del Pci, sotto insulti e sputi non si è mai capito quanto solo metaforici. In nosferatesca solitudine, visto collo alto e cappotto nero di quel giorno.Anticlericale, andava a trovare Karol Wojtyla per condividere la battaglia contro la fame nel mondo, anche in profetica funzione di gestione dei flussi migratori, anche in profetica funzione di gestione degli squilibri economico-finanziari globali. Nonviolento, andava in mimetica al fronte tra i soldati croati. Antiproibizionista, andava a farsi arrestare in ogni dove distribuendo roba che non fumava, mentre fumava tutto il resto e di continuo.Fu il grande accusatore della partitocrazia della Prima Repubblica e poi il suo grande difensore con l’iniziativa degli autoconvocati delle 7 a protezione del “Parlamento dei corrotti” e contro le derive giustizialiste. E’ stato l’allievo di Benedetto Croce e della destra storica, l’amico di Leonardo Sciascia e di Vasco Rossi, colui che ha candidato Ilona Staller, Toni Negri ed Enzo Tortora e colui che si è candidato a far pulizia (edilizia) al Municipio di Ostia.Era un liberista non per ideologia, tanto meno per applicazione allo studio teorico, ma per la naturale convinzione ernestorossiana, da Ernesto Rossi (vedi il Mondo di cui sopra), che di questo l’Italia aveva bisogno: di una scossa contro le corporazioni, contro gli eccessi dello Stato (e soprattutto la voracità della partitocrazia) nell’economia. Semplificare per lui era il minimo da fare a favore delle nostre imprese, che sempre spronava a liberarsi dall’eccessiva attrazione dello Stato falso amico e con cui ha fatto battaglie, battaglie per semplificare e per liberalizzare, e non solo gli orari dei commerci. Perché era giusto, magari non in assoluto, ma nello specifico dell’Italia: era la cura adatta.