1987. Da qualche decennio una seria emergenza ambientale sta minacciando l’equilibrio del Pianeta. E la comunità internazionale fa quadrato, decidendo di firmare un’intesa storica, il Protocollo di Montreal. I clorofluorocarburi (Cfc), gas impiegati su scala industriale in bombolette spray e frigoriferi, stanno letteralmente distruggendolo strato di ozono atmosferico, lo scudo che protegge la Terra dalle radiazioni ultraviolette. L’accordo siglato in Canada, e ratificato universalmente, bandisce l’impiego dei Cfc, imponendone l’eliminazione graduale. Oggi sappiamo che la decisione è stata giusta ed efficace: il buco dell’ozono è in lenta via di guarigione, e dovrebbe diventare impercettibilmente piccolo entro la fine di questo secolo. È proprio a questo precedente storico, un (raro) caso in cui la scienza e la politica globale hanno saputo dialogare e prendere decisioni nel momento giusto, che si appella Michael Oppenheimer, professore di Geoscienze e affari internazionali alla Princeton University e ospite di punta del Festival di Green&Blue.

Oppenheimer è un accademico di fama mondiale e una memoria storica dell’attivismo climatico: negli anni ‘80, prima ancora della firma del Protocollo di Montreal, quando il riscaldamento globale era un tema relegato per lo più a poche aule universitarie, era già in prima linea come chief scientist allo Environmental Defense Fund, che è oggi uno dei più grandi ed efficaci gruppi di attivismo ambientale non-profit statunitensi, dove ha lavorato per anni per “trasformare” le evidenze scientifiche in campagne di pressione politica, contribuendo per esempio in modo decisivo alle normative contro le piogge acide negli Stati Uniti. Per decenni, poi, è stato autore di spicco dell’Intergovermental Panelfor Climate Change (Ipcc) dell’Onu, l’organismo scientifico insignito del premio Nobel per la pace nel 2007.