Nel silenzio dell’XI secolo del Monastero di Camaldoli, nel cuore delle Foreste Casentinesi, è difficile dire come i monaci avrebbero accolto gli Assassini di Assassin’s Creed, ma è probabile che avrebbero chiesto di abbassare il volume delle lame. Ottocento anni dopo, quello stesso scenario è diventato il set di una produzione internazionale.La serie live action, prodotta da Netflix insieme a Ubisoft, adatta il franchise videoludico incentrato sul conflitto tra Assassini e Templari, con attenzione alla ricostruzione storica. Le riprese erano previste per cinque giorni a metà marzo in quell’area, scelta per il valore paesaggistico e simbolico del contesto. Una perturbazione improvvisa — neve, vento e temperature in calo — ha però interrotto il lavoro, costringendo la troupe a lasciare in anticipo il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi.L’area è inserita nella rete Natura 2000 ed è tra le più tutelate dell’Appennino tosco-romagnolo, con faggete secolari, eremi medievali e un ecosistema di particolare integrità. Incuriosita da questa scelta, Wired Italia ha raccolto le posizioni dell’ente parco, della produzione e di esperti esterni, per capire quanto sia necessario girare in ambienti forestali protetti, quale impatto abbiano queste attività sull’ecosistema e se esistano oggi alternative tecnologiche in grado di ridurre o sostituire la presenza fisica delle troupe nelle aree naturali.Neve chimica e stagioni mortePrima di ricostruire l’iter autorizzativo, Andrea Gennai, direttore del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, precisa subito che “le aree protette non sono il luogo d'elezione per fare riprese in grande stile. Infatti quando è arrivata la domanda di Netflix, il nostro atteggiamento è stato di grande cautela e anche un pizzico di perplessità”. Come sito Natura 2000, inoltre, il “suo” parco è sottoposto non solo alla normativa dell’ente stesso ma anche a quella europea sulla conservazione degli habitat. Il livello di attenzione di controlli e permessi raddoppia, quindi, e richiede uno studio di incidenza ambientale, redatto da soggetti esterni alla produzione, che analizzi in modo puntuale ogni fase del set. Dalla movimentazione della troupe, allestimenti, all’uso di materiali e di eventuali effetti scenici. Questo passaggio obbligato ha avuto un ruolo attivo nella definizione del progetto. Gennai racconta infatti che alcune componenti inizialmente previste sono state eliminate. Tra queste, l’utilizzo di neve artificiale con componenti chimici e alcuni materiali scenici che avrebbero potuto rilasciare residui nel sottobosco. Anche la gestione della vegetazione è stata oggetto di prescrizioni: gli alberi morti non sono stati rimossi, ma solo messi in sicurezza per evitare rischi strutturali senza alterare l’ecosistema.“È stato lo stesso studio di incidenza a evidenziare attività incompatibili, che sono state quindi escluse”, precisa Gennai. Un altro elemento centrale della valutazione ha riguardato la scelta del periodo di riprese. “Abbiamo chiesto che il periodo fosse compatibile con i cicli biologici della fauna”, spiega infatti il direttore, sottolineando anche come la stagione scelta corrispondesse a una fase di bassa pressione turistica nell’area.Il sistema di controllo non si è esaurito con l’autorizzazione. Il parco ha previsto monitoraggi prima, durante e dopo le attività, con verifiche sul campo da parte delle strutture tecniche. Netflix Italia, dal lato produttivo, inquadra l’intervento in un modello standard di gestione internazionale delle location. È infatti la produzione americana ad aver scelto e gestito il set a Camaldoli, mentre quella italiana ha spiegato a Wired Italia il proprio approccio basato sul coordinamento con partner indipendenti e realtà locali. “Nel nostro lavoro tutto parte dalla storia e da come i luoghi in cui questa storia prende vita possono contribuire a raccontarla al meglio. Ogni produzione ha caratteristiche specifiche e collaboriamo con produttori indipendenti, realtà locali, enti competenti e Film Commission per la scelta e la gestione delle location”, afferma Chiara D’Alfonso, Head of Production per l’Italia in Netflix. La produzione aggiunge che le attività si svolgono nel rispetto delle normative ambientali e che, negli ultimi dieci anni, le produzioni Netflix in Italia sono state girate in oltre 100 città.Altro che set, manca la regiaQuesto numero a tre cifre potrebbe far inorridire chi si occupa di protezione delle foreste, ma è lo stesso Renzo Motta, esperto di ecologia forestale e selvicoltura del Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università di Torino, a ribaltare la prospettiva. “A preoccuparci non dovrebbe essere la presenza dei registi cinematografici ma l’assenza di regia nella gestione forestale” spiega. Il territorio italiano a suo avviso avrebbe infatti bisogno di una strategia di pianificazione capace di coordinare uso e tutela delle foreste. Senza che siano violate, ma senza che restino intoccabili mentre la richiesta interna di legno rischia di alimentare pratiche di deforestazione illegale altrove.Tornando alla “questione Assassin’s Creed”, Motta non nega la delicatezza delle aree protette ma esclude i set cinematografici dalla lista delle minacce prioritarie. Anzi, date per fatte tutte le procedure richieste per le aree Natura 2000, la presenza di un set può anche diventare un volano per territori poco noti e in cerca di visibilità. A suo avviso tutto sta nella capacità che si deve maturare a livello nazionale di “organizzare il flusso di presenze nei territori naturali, per far sì che ci siano vantaggi di indotto senza rischi per la biodiversità- spiega l’esperto -. Se all’interno di un’area si sacrifica una parte del territorio per servizi e accoglienza e la organizzi bene, si possono concentrare lì i visitatori riducendo gli impatti nelle zone più delicate”.Gemelli virtuali per produzioni internazionaliMa è proprio necessario entrare in una foresta vera per girare una foresta? Il caso di Camaldoli apre una domanda che va oltre la singola produzione: fino a che punto ambienti naturali complessi possono essere sostituiti da ambienti digitali?Secondo Filippo Lubrano, fondatore della startup Metaphora, la trasformazione è già iniziata, ma non ha ancora raggiunto un punto di sostituzione reale. La cosiddetta virtual production consente già oggi di costruire ambienti digitali in cui inserire attori e azioni reali, riducendo la necessità di girare in esterni. Tuttavia, si tratta di processi ancora ibridi, che richiedono una forte componente artigianale e molte ore di lavoro per rendere credibili gli scenari.“Non siamo ancora in una fase automatizzata - spiega Lubrano -. Stiamo entrando ora nella generazione di ambienti 3D a partire da testi, ma la complessità del mondo fisico è ancora difficile da replicare in modo affidabile”. Il limite non è tanto nella creazione di immagini statiche, quanto nella simulazione del comportamento del reale. Elementi come luce naturale, vegetazione densa, variazioni microclimatiche e soprattutto fenomeni dinamici — acqua, vento, interazioni tra corpi e ambiente — restano tra i problemi più complessi da riprodurre. È qui che il digitale si scontra ancora con una differenza sostanziale rispetto al mondo fisico: non basta “vedere” una foresta, bisogna farla funzionare come una foresta.Anche per questo, strumenti di generazione video e ambientale come Runway e altre piattaforme basate su modelli generativi stanno riducendo tempi e costi di produzione, permettendo di costruire scenari sempre più realistici o del tutto inesistenti senza dover necessariamente ricorrere a riprese in esterni. In prospettiva, sistemi ancora più avanzati — come i cosiddetti world model, capaci di simulare ambienti con regole fisiche coerenti — potrebbero spostare ulteriormente il confine tra reale e digitale.Come spiega Lubrano, “siamo in una fase intermedia”. La tecnologia esiste e cresce rapidamente, ma non è ancora in grado di sostituire in modo affidabile la complessità del mondo fisico quando questa diventa parte essenziale della narrazione. Servono ancora le foreste vere. Per quanto riguarda quelle Casentinesi , la loro inclusione nella rete Natura 2000 ha imposto controlli, autorizzazioni e verifiche ambientali sia per l’accesso che per le riprese. E le ha salvate dalla neve chimica come da potenziali altre azioni impattanti. Ma per molte altre foreste italiane non ricadenti in regimi di tutela simili, il tema resta aperto: chi verifica, e con quali strumenti, l’impatto di eventuali set cinematografici che entrano in quei territori?