Essendo non solo uomo di ingegno e di tenaci passioni, ma anche di consumato mestiere politico, Marco Pannella l’aveva previsto: «Da vivo mi trattano come fossi morto. Da morto mi tratteranno come fossi vivo».
Forse, oltre al gusto per l’irriconoscibilità, che aveva affascinato Pasolini, è stata anche la volontà di prevenire la monumentalizzazione abusiva e sgradita da padre della patria alla memoria a portare Pannella, nell’ultimo tratto della vita, a prediligere un’auto-monumentalizzazione naif da monaco errante o da pazzo di Dio, codino compreso.
Questo non ha impedito, come stiamo vedendo, che dal 2016 in poi si cucisse addosso al caro estinto quel laticlavio di marmo sostitutivo della nomina a senatore a vita, che post mortem molti sostennero avrebbe meritato e l’interessato – se mai l’avesse accettata – avrebbe usato in modo meno convenzionale del dovuto. Quindi, anche per questo, meglio il Pannella morto che il Pannella vivo.
Sei decenni di attività politica – la fondazione del primo Partito Radicale è del 1956 – fanno indubbiamente del leader radicale uno dei più longevi del secondo dopoguerra e certamente il più controverso e indecifrabile secondo un canone bipolare. D’altra parte, questa inclassificabilità è coerente con le caratteristiche di un personaggio che alla fine degli Anni 50 denunciava come, pure in un Paese diviso dalla frontiera di Yalta, vi fosse un’occultata e consociativa continuità politica, giuridica e culturale con l’Italia fascista e dopo il 1994 non volle mai davvero rassegnarsi all’o di qua o di là tra uguali e contrari o, per stare alla sua definizione, «tra i buoni a nulla e i capaci di tutto», pur acconciandosi (a volte, ma non sempre) ad alleanze elettorali apparentemente obbligate.











