Il 68enne ex politico tedesco Christian Schmidt ha rassegnato le proprie dimissioni da Alto Rappresentante per la Bosnia ed Erzegovina, la carica istituita nel 1995 a salvaguardia degli accordi di pace di Dayton. Sebbene Schmidt abbia giustificato la scelta per “ragioni personali”, le sue dimissioni sarebbero in realtà frutto di pressioni USA, che nel paese coltivano interessi economici. Nella Republika Srpska (RS) – l’entità a maggioranza serba della Bosnia – la notizia è stata accolta con gioia. “Christian Schmidt lascia la Bosnia ed Erzegovina nello stesso modo in cui vi è arrivato: senza alcuna legittimità, senza una decisione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e senza il sostegno del diritto internazionale”, è il commento del leader secessionista serbo-bosniaco Milorad Dodik, il cui scontro con l’Alto Rappresentante degenerò nel 2025 in una crisi politico-istituzionale. La tesi dell’illegittimità di Schmidt era sostenuta anche dalla Russia e le sue dimissioni rientrano in un intreccio geopolitico tra diversi attori globali, con la convergenza di interessi tra Washington e Mosca, a tutto svantaggio di Bruxelles e del processo di integrazione UE di Sarajevo.
Come dichiarato al Consiglio di Sicurezza, Schmidt resterà in carica fino a giugno, quando il Peace Implementation Council (PIC) – consesso internazionale di monitoraggio degli accordi di Dayton – dovrà nominare il suo successore. Per quanto l’Ufficio dell’Alto Rappresentante (OHR) sia da tempo oggetto di critiche per la sua mancanza di legittimità democratica e postura neocoloniale – dal momento che i “poteri di Bonn” gli permettono di interferire unilateralmente negli affari interni bosniaci – la dipartita di Schmidt rappresenta un punto a favore dell’agenda secessionista di Dodik, che oggi gode di inedito sostegno bipartisan tanto a Mosca quanto a Washington. Nel 2025, lo scontro tra Dodik e Schmidt era degenerato in una crisi politico istituzionale, con il leader serbo-bosniaco condannato per non aver rispettato le decisioni dell’Alto Rappresentante. La reazione del parlamento della RS portò a una serie di leggi, incostituzionali, con cui si inficiava l’autorità degli organi giuridici statali sul suolo dell’entità, in quel processo di “secessione giuridica” con cui la Republika Srpska ha cercato di sottrarre le già poche competenze esclusive dello stato bosniaco. E il ruolo dell’Alto Rappresentante è servito soprattutto per prevenire, limitare e rimediare a questo processo. Un’interferenza, secondo Dodik; una garanzia, per chi difende la sovranità e l’integrità bosniache.A ottobre ci saranno le elezioni generali in Bosnia ed Erzegovina: un test in primis per il Partito dei socialdemocratici indipendenti di Dodik, visto il crescere delle opposizioni, sebbene divise e anch’esse a trazione nazionalista, ma anche per la geopolitica coinvolta negli affari bosniaci. Una situazione insolita, in cui è probabile che il candidato del principale partito secessionista goda del sostegno di USA e Russia.












