Viviamo in un tempo che ci impone continuamente di apparire risolti. Forti. Performanti. Felici nel modo giusto. È un’epoca che premia chi riesce a raccontarsi come una storia di successo lineare, senza esitazioni, senza crepe visibili. Per questo, incontrare qualcuno che invece sceglie di restare dentro le proprie fragilità, di nominarle apertamente, quasi di abitarle, produce un effetto raro. Spiazzante. Pier Luigi Pasino è una di quelle persone. Non perché rinneghi il successo arrivato negli ultimi anni, tra il grande pubblico di La legge di Lidia Poët e il cinema internazionale accanto a Mel Gibson, ma perché continua ostinatamente a guardarsi come si guarda qualcuno che deve ancora trovare il proprio posto nel mondo. Ed è forse questo il tratto più potente che emerge in questa intervista esclusiva per Virgilio Notizie a Pier Luigi Pasino: la sensazione che dentro l’attore, il cantante, l’autore, sopravviva ancora il ragazzo di provincia che si sentiva fuori asse, in ritardo, “l’ultimo arrivato”. Non come posa romantica, ma come condizione esistenziale. Una specie di identità sotterranea che non scompare nemmeno quando arrivano i riconoscimenti, i set importanti, le occasioni che sembravano irraggiungibili. Pier Luigi Pasino parla spesso di questa dimensione da outsider. Ma lo fa senza vittimismo, senza autocommiserazione. Anzi. Quasi come se proprio lì, dentro quella sensazione di precarietà emotiva, avesse trovato negli anni una forma di libertà. Perché chi si sente ultimo, in fondo, non ha più l’obbligo di difendere un’immagine perfetta. Può ancora rischiare. Cadere. Sbagliare. Restare umano. La conversazione con lui diventa allora qualcosa che va oltre la semplice intervista promozionale per L’ultimo arrivato, lo spettacolo in scena al Teatro Nazionale di Genova dal 22 al 30 maggio. È un attraversamento continuo di temi profondi, spesso dolorosi, raccontati però con una lucidità sorprendente. Il rapporto difficile con il padre prima della sua morte. Il bisogno di sentirsi amato. La scoperta, crescendo, che il dolore più grande nasce spesso dalla distanza tra l’amore che desideriamo e quello che gli altri sono realmente in grado di offrirci. La paura di non essere abbastanza. Le inquietudini che per anni lo hanno quasi travolto e che oggi, invece, cerca di trasformare in materia viva per il suo lavoro. Pier Luigi Pasino non parla mai dell’arte come di qualcosa di astratto o intellettuale. Per lui recitare, scrivere, cantare significa prendere le proprie ferite e provare a farne qualcosa che possa appartenere anche agli altri. Come se il teatro, il cinema o una canzone servissero prima di tutto a questo: a creare riconoscimento umano. Colpisce il modo in cui racconta il dolore senza cercare di renderlo “bello”. Non c’è compiacimento nelle sue parole. C’è semmai la consapevolezza che certe crepe restano aperte per sempre e che, forse, la maturità non consiste nel guarirle del tutto, ma nell’imparare a conviverci senza esserne distrutti. Anche quando parla della fama o del successo, Pier Luigi Pasino sembra mantenere uno sguardo quasi disincantato. Sa che il riconoscimento può nutrire il narcisismo, accarezzare l’ego, ma sa anche quanto quella dimensione sia fragile, passeggera, incapace di riempire davvero i vuoti più profondi. E allora torna continuamente all’essenziale: il lavoro, le persone, la famiglia, gli amici, la possibilità di raccontare storie vere. Questa è una conversazione che parla continuamente di arte, certo, ma che in realtà finisce per parlare soprattutto di identità, di solitudine, di amore, di paura e di quel bisogno universale di sentirsi finalmente visti per ciò che si è davvero. Forse è proprio questo che rende Pier Luigi Pasino così interessante oggi: il fatto che non tenti mai di apparire invulnerabile. In un mondo dove tutti cercano disperatamente di sembrare arrivati, lui continua a custodire qualcosa di irrisolto. E da quelle crepe, continuamente, lascia entrare la luce.