Scenari
Modelli cestinati, posticipati oppure modificati con un innesto endotermico. E la ragione è sempre la stessa: la mobilità a batteria non ha sfondato. Costringendo i costruttori a modificare i loro piani
Le sfumature del fenomeno sono varie. Le cause pure, da sviscerare caso per caso (in parte lo abbiamo già fatto nelle pagine precedenti). E non aiuta il quadro geopolitico incerto, in cui un mercato enorme come l'America, sotto Trump, ha issato muri a suon di dazi, bloccato la transizione e rimesso al centro il combustibile fossile, mentre la Cina produce una concorrenza feroce. C'è, comunque, un dato di fatto: l'elettrico – almeno per il momento – non sfonda.
Al punto da indurre i costruttori, in molti casi, a "spegnere l'interruttore" di alcuni progetti 100% a batteria: è già successo e, con ogni probabilità, accadrà ancora. Figlia di errori nelle previsioni "macro" (tempi e modi del passaggio all'elettrico), così come nelle analisi "micro" (il gradimento della clientela), la frenata della mobilità con la spina provoca varie reazioni. C'è chi si affretta a infilare un motore termico e un serbatoio di benzina là dove non erano previsti; c'è chi chiama un time-out, procrastinando lanci promessi anzitempo; e c'è perfino chi non esita a cestinare il lavoro già fatto, fermando lo sviluppo e cancellando dai piani alcune vetture. Quest'ultimo è il caso della Honda, che ha letteralmente tirato una riga sulla sport utility e la berlina della gamma "zero", nonché sulla crossover sportiva RSX: tutte e tre erano destinate a essere prodotte negli Usa, là dove l'amministrazione Trump ha cancellato, nei mesi scorsi, gli incentivi dedicati alle EV.






